Per chi ha nel proprio dna l’antico grido di “Morte al Tiranno!” e di “Pietà l’è morta” l’uscita dallo sfintere del mondo dell’ottantasettenne Ali Khamenei e di qualche decina di suoi complici non può che essere una buona notizia: il mondo non può che essere potenzialmente un posto migliore.
Peccato che questa sia la sola cosa positiva dell’attacco terroristico sferrato a tradimento dal gangster a stelle e strisce e dal criminale genocidario sionista.
Attacco terroristico e non guerra, si badi bene.
Certo, da tempo si è perso il bon ton tradizionale che voleva che la guerra venisse formalmente dichiarata con uno scambio di ambascerie. Certamente la favoletta del diritto internazionale non serve più neanche a conciliare un sonno tranquillo ad un bambino e le formalità della preventiva autorizzazione del Congresso statunitense o il cortese avviso agli zerbini che si considerano – non si capisce più a che titolo – alleati, sono considerati superflui barocchismi. Però l’attacco a sorpresa, ad un’ora ed in un luogo preciso per uccidere il designato e chi se ne frega delle vittime collaterali non è un atto di guerra ma palesemente di terrorismo.
La differenza tra l’attentato sferrato da uno o più terroristi contro uno specifico obiettivo e quello che si è verificato questa volta è solo nei mezzi, negli strumenti impiegati e nella garanzia di impunità.
Conosciamo bene chi siano i cani rabbiosi delle Forze di Difesa di Israele e ricordiamo gli assassinii – glorificati in tanti telefilm d’oltreoceano – di “nemici” individuati, condannati e giustiziati senza processo ed in spregio di qualunque diritto dai corpi speciali delle forze armate USA.
Terrorismo, va bene. Ma almeno da tutto questo non potrebbe uscire qualcosa di buono per il povero popolo Iraniano?
A questo non credono neanche i vertici militari a stelle e strisce.
Se è evidente come il criminale Netanyahu stia giocando la partita della conquista dello “spazio vitale” sionista, mentre il palazzinaro stars and stripes si dibatte tra il crollo dei consensi in casa e la frenesia affaristica (toh, per puro caso pure l’Iran ha tanto, tanto petrolio!), l’unica cosa certa è che l’Iran non è né la Groenlandia e né il Venezuela, ma uno stato plurimillenario con un regime strutturato e pervasivo in possesso di tutte le armi esistenti nel paese. Per una reale caduta della teocrazia sciita non basteranno le bombe deficienti e qualche decina di migliaia di innocenti liberandi affetti da morte collaterale, ma gli Yankee dovrebbero metterci la faccia, le palle e la pelle in una guerra di terra, con previsioni di perdite che nessuno è così scemo da pensare di potersi permettere.
E allora?
Il Joker dal ciuffo di paglia sembra pensare ad una soluzione alla Venezuelana, cercando di trovare un accordo con qualche componente “più realista” del regime che in cambio della vita e del potere gli offra qualche guadagno economico che possa sbandierare come successo ai propri soci.
Che ottenga quello che cerca è da vedere ed in compenso la storia dei decenni trascorsi in esportazioni della democrazia (Iraq, Afganistan, Libia) non lascia supporre nulla di buono per quel povero popolo e del resto il tentativo del regime di trasformare l’aggressione in una guerra regionale complica enormemente la situazione.
Insomma si direbbe proprio che siamo di fronte all’ennesima frittata dei soliti apprendisti stregoni con il rischio più che concreto che a pagarne le spese alle fine siano le iraniane e gli iraniani che sognano la loro libertà.

