Riceviamo e pubblichiamo un articolo scritto da un compagno del Comitato civico per la tutela dell’area degli ex Mercati Generali, che il 28 febbraio scorso ha promosso un corteo contro le speculazioni sull’area degli ex mercati generali, che ha visto una straordinaria partecipazione con oltre 4000 persone.
L’area degli ex mercati generali di Roma sulla via Ostiense, non lontano dalla Piramide, è oggetto di una speculazione finanziaria paradigmatica del tipo di accumulazione oggi dominante nelle grandi città italiane. Da quando Veltroni decise di chiudere i mercati nel 2002, sui quasi nove ettari di terreno da allora abbandonato si sono susseguiti numerosi progetti, uno peggio dell’altro, senza che fino ad oggi se ne cavasse nulla. La causa? L’incapacità dell’azienda concessionaria, la Sviluppo Centro Ostiense, una srl riconducibile ai Toti, nota famiglia di palazzinari romani (e quindi alla dinastia dei banchieri Nattino loro soci in affari), che sono riusciti a farsi scappare uno dopo l’altro i vari finanziatori. A seguito di una serie di fallimenti, rinvii, ricorsi, pronunciamenti dell’ANAC, lavori iniziati e mai ultimati, a cavare d’impiccio la società, e quindi il Comune di Roma proprietario dell’area, ci ha pensato la Hines, multinazionale texana specializzata nella costruzione di studentati. Così, almeno, è stata presentata la cosa dalla giunta di Roberto Gualtieri e dal presidente del municipio VIII, Amedeo Ciaccheri, nel luglio dello scorso anno. Ma un variegato gruppo di cittadini – lavoratori, professionisti, imprenditori, studenti, artisti e pensionati – analizzando le carte, ha scoperto una situazione molto diversa e preoccupante, tanto da spingerli a dar vita a un comitato civico che si batte per la tutela dell’area degli ex mercati generali.
Hines prevede di costruire almeno dieci palazzine, alte fino a sette piani, da suddividere in monolocali con bagno da affittare a 1.200 euro al mese a studenti. Ma solamente per dieci mesi l’anno per i primi dieci anni, poi a chiunque ne faccia richiesta (e sia in grado di pagare, ovviamente). Negli altri spazi sono previsti mense, palestre, lavanderie, bar, ristoranti, sale da gioco, tutto a pagamento per i molto abbienti studenti e i loro ricchi accompagnatori. Agli abitanti del quartiere solamente una mediateca, qualche aiuola e duemila parcheggi, ovviamente a pagamento. Con tanti saluti all’area umida che nel frattempo si è creata grazie al riemergere dell’Almone, fiume sacro ai romani che attraversa l’area e che era stato sepolto per far spazio ai mercati. In pratica, il 94% degli spazi sarà messo a profitto e solamente il 6% gratuito. Un affare stimato in 32 milioni di euro l’anno per 60 anni, con le casse comunali che ne riceveranno solamente 165 mila, un misero 0,5%, in pratica 1,80 euro al metro quadrato l’anno con cui pagare la gestione degli spazi comuni e i vari oneri di gestione dei servizi pubblici, dall’illuminazione, al traffico passando per la montagna di rifiuti che questa cittadella vigilata dalla security inevitabilmente produrrà.
Ma ciò che accade nell’area degli ex mercati generali sta succedendo, o vogliono che succeda, anche in altre zone della città: all’ex Fiera di Roma sulla Cristoforo Colombo, all’ex occupazione di Viale del Caravaggio, al deposito Ama di Montagnola, allo scheletro di Tor Marancia (il cosiddetto Ecomostro), per non parlare dell’area di 27 ettari con annesso boschetto a Pietralata, dove vogliono costruire lo stadio della Roma, all’ex deposito ferroviario di Casalbertone e all’ex cinema Impero a Torpignattara dove vogliono costruire altri due studentati di lusso sul modello degli ex mercati. Tutti progetti che hanno un comune denominatore: sorgono in luoghi che negli anni sono stati volutamente abbandonati perché considerati improduttivi. Nel capitalismo è così, se non servi a far soldi puoi pure morire, vale per le persone e pure per le cose. Inevitabile conseguenza di questo modo di agire è il degrado. Un degrado che però è assai ricercato da chi comanda, poiché gli fa molto comodo per almeno due motivi: perché l’area abbandonata in questo modo si svaluta, aumentandone l’appetibilità per chi vuole specularci comprandola (o affittandola) a poco per rivenderla a molto; e perché il degrado crea o aumenta la domanda di riqualificazione da parte della cittadinanza depoliticizzata, che dopo lustri o decenni di abbandono è disposta ad accettare la qualunque pur di non vedere più gli scheletri dei palazzi con annesso rischio di occupazione, prostituzione, spaccio, accumulo di monnezza ecc ecc. È a questo punto che interviene la pubblica amministrazione, generalmente guidata da forze politiche di sinistra, che si fa bella incentivando progetti di rigenerazione urbana che apparentemente servono a rispondere alla domanda dei cittadini che chiedono decoro ma in realtà servono unicamente a garantire il profitto dei fondi immobiliari attraverso la trasformazione della città in un luogo sempre più esclusivo ed escludente, dove ai lavoratori è permesso venirci unicamente per sgobbare nella produzione di servizi tarati sulle esigenze dei ricchi studenti e dei turisti, gli unici che possono permettersi di consumare e vivere la città. Nel Lazio, a fornire il quadro normativo di riferimento ci ha pensato Nicola Zingaretti (LR 7/2017), sulla scia di quanto fatto da Enrico Rossi in Toscana (LR 65/2014) e ancor prima da Nicola Vendola in Puglia (LR 21/2008). Poi a seguire tutti gli altri, da Bonaccini a Chiamparino, da Toti a Fontana.
I grandi fondi della speculazione finanziaria legata al settore immobiliare come Hines vengono accolti come salvatori a causa dei vincoli di bilancio che attanagliano le pubbliche amministrazioni ma in realtà, senza gli incentivi pubblici, non potrebbero far profitto in questo modo per almeno tre ragioni. La prima è legata all’abbandono delle aree, che solamente a seguito del degrado possono essere di fatto privatizzate per due spicci, condizione necessaria per abbattere il costo dell’investimento iniziale. L’area degli ex mercati non è neanche il caso peggiore: a Pietralata, la Roma pagherà al Comune ogni anno meno di 25 centesimi a metro quadrato per novant’anni. Sempre che il tutto non gli venga svenduto prima, come il locale comitato che si batte contro questa scandalosa speculazione da tempo denuncia. La seconda ragione che rende l’intervento pubblico spesso imprescindibile per la buona riuscita dell’investimento è il finanziamento pubblico diretto ad alcuni di questi progetti, a tasso zero o altamente agevolato, come è il caso dello studentato che vorrebbero far sorgere all’ex cinema Impero di Torpignattara. In questo caso l’incentivo è il caro vecchio aiuto di Stato tanto vituperato. Infine, per abbattere i costi, Regione e Comune intervengono sui cosiddetti oneri urbanistici: (i) agevolando i cambi di destinazione d’uso delle aree (lo stadio sorgerà in un’area che era agricola); (ii) aumentando i premi di cubatura, il cosiddetto bonus volumetrico per chi ristruttura edifici esistenti, che nel Lazio arriva fino al 60%; (iii) diminuendo gli standard urbanistici, vale a dire la quantità e qualità dei servizi pubblici e del verde cui i cittadini hanno diritto, con i parchi che diventano aiuole situate anche a decine di chilometri dalla zona oggetto di speculazione, (iv) semplificando gli iter per le varianti in corso d’opera in modo da consentire l’adeguamento del progetto ai sempre più repentini cambiamenti del mercato. Ma il modo più subdolo per sostenere i capitalisti, oggi pudicamente chiamati investitori, è quello di chiudere tutti quanti gli occhi ci sono a disposizione, a partire da quelli che dovrebbero vigilare sul rispetto delle normative di sicurezza ed evitare i morti e gli invalidi che i nostri cantieri quotidianamente producono per garantire il profitto. Per non parlare degli occhi che dovrebbero assicurare il gettito fiscale, la cui evasione è malcelata dal ricorso a società con sede all’estero, come è il caso della famiglia Caltagirone (Paesi Bassi) o della stessa Hines, che per la speculazione nell’area degli ex mercati generali non ha utilizzato la sua filiale italiana ma ha preferito costituire una società ad hoc in Delaware, paradiso fiscale interno agli Stati Uniti. Un occhio, infine, si chiude anche rispetto all’origine dei capitali. I respingimenti e la deportazione (oggi chiamata remigrazione) valgono solamente per i poveri cristi che approdano sulle nostre coste cercano di fuggire dalla fame e dalla guerra, mentre i capitali dobbiamo accoglierli sempre tutti e a prescindere, non solamente quelli dei mafiosi cui Andreotti prima e Berlusconi poi hanno consegnato mezzo paese, ma anche quelli dei terroristi sionisti che contribuiscono all’espansione dei colonizzatori in Palestina e poi reinvestono il ricavato proprio nell’area degli ex mercati generali attraverso la compagnia di assicurazione israeliana Menora Mivtachim. Con buona pace del sindaco Gualtieri che si ostina a negare l’evidenza malgrado la memoria di internet non perdoni e di Ciaccheri, che prova a ripulirsi la coscienza esponendo la bandiera palestinese in municipio.
Ma attenzione, il problema non nasce dalla degenerazione della tanto osannata Repubblica-nata-dalla-resistenza, che secondo una certa vulgata sarebbe passata dall’essere garante dell’interesse generale, del benessere della collettività, dei diritti costituzionali e della composizione delle diverse istanze provenienti dalla società civile, a mera esecutrice dei desiderata delle grandi imprese finanziarie. Che nel caso specifico significherebbe essere passati dalla progettazione, pianificazione e regolamentazione delle iniziative private a una fase in cui, attraverso commissari, deroghe, varianti, semplificazioni ecc, lo sviluppo urbano si attua mediante i progetti provenienti dai grandi fondi speculativi privati. Se le cose stessero effettivamente così, sarebbe naturale chiedere allo Stato di riaffermare la centralità dell’interesse pubblico attraverso quegli strumenti che caratterizzavano la fase precedente: preminenza del piano regolatore, rispetto degli standard urbanistici, preferenza per l’edilizia popolare, regolamentazione dell’iniziativa privata, “equo canone” ecc. In pratica, chiedere allo Stato di tornare alla propria mission. Ma questa ricostruzione, oltre che sbagliata, è pericolosa. Sbagliata perché quella che stiamo giocando è una partita in cui l’allenatore della squadra avversaria ricopre anche il ruolo di arbitro ed è lui a cambiare le regole del gioco a seconda delle esigenze della propria squadra. Pericolosa, perché questo modo di pensare finisce inevitabilmente per far marciare il nemico alla nostra testa.
In altre parole, lo Stato e le sue articolazioni territoriali non hanno cambiato funzione, rimangono lo strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale, oggi soprattutto transnazionale, ma hanno solamente adeguato i propri strumenti al mutamento dei caratteri dell’accumulazione, che fino all’inizio degli anni ’70 era egemonizzata dalla componente industriale del capitale finanziario (quest’ultimo inteso nell’accezione buckariana, ripresa da Lenin, di fusione di capitale industriale e capitale bancario). Questa frazione allora egemone della classe dominante per far profitto aveva bisogno della crescita della popolazione lavorativa e della concentrazione della forza-lavoro nell’area urbana dove sorgevano i grandi impianti. Un’industrializzazione che fino ad allora era stata meccanica, vale a dire dominata da una rigidità del capitale fisso cui doveva corrispondere una rigidità nello sfruttamento della forza-lavoro che in molti hanno scambiato per stabilità. Persone che hanno un “posto fisso” dove lavorare devono anche avere una casa “fissa” dove vivere, affinché possano garantire la regolarità del loro sfruttamento. Ma con la rivoluzione dell’elettronica e la crisi iniziata a fine anni ’60 e tutt’ora in corso si fanno sempre più impellenti tre necessità: la necessità di abbassare i salari (e quindi diminuire anche la quota di salario cd indiretto erogata dallo Stato tramite i servizi pubblici, cui sono incluse le case popolari), la necessità di ristrutturare il processo produttivo (flessibilizzazione, esternalizzazioni e delocalizzazioni degli impianti, anche all’estero) e la necessità di ricorrere in maniera crescente alla speculazione (es. borsa) che garantisce profitti più facili rispetto al settore industriale in crisi. Le fabbriche chiudono, gli impianti si spostano e si flessibilizzano tramite le nuove tecnologie informatiche e quindi necessitano di una forza-lavoro ugualmente flessibile, evidenziando così la natura ontologicamente precaria del lavoro subordinato al capitale (altro che stabilità!).
Ciò comporta l’abbandono di quei processi di governo e amministrazione della città che non sono più funzionali alle mutate esigenze del capitale. La ricchezza non affluisce più dalla produzione bensì dalla speculazione, dal commercio e dal turismo che non hanno bisogno di tanta manodopera né di lavoratori qualificati. I salari vanno abbassati e quindi gli enti devono vendere le case popolari e lo Stato deve liberalizzare gli affitti, lasciando così briglia sciolta all’aumento della rendita fondiaria, molte attività produttive falliscono, quelle che rimangono impiegano meno forza-lavoro grazie ai progressi tecnologici e il terziario (commercio, turismo, ecc) non può che impiegare lavoratori precari quanto il reddito con cui si alimenta la domanda dei servizi e facilmente sostituibili data la scarsa qualificazione richiesta. I professionisti, anch’essi succubi della flessibilità del capitale e in via di proletarizzazione a causa delle semplificazioni apportate dal progresso tecnico, sono costretti a spostarsi da un posto all’altro (i cd. nomadi digitali) e per questo non hanno bisogno di una casa fissa. La speculazione immobiliare e l’incremento del costo della vita spingono chi eredita una casa in centro a venderla o affittarla per spostarsi fuori. Ma chi non può più permettersi di vivere dentro il GRA non costituisce più un problema, né economico né politico, e deve essere espulso per lasciare il posto ai molto più remunerativi turisti, studenti ricchi e lavoratori in trasferta. E così arriviamo ai B&B, agli studentati di lusso, alle ZTL, alle smart city da 15 minuti e a tutta quella merda che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi e che va oltre la gentrificazione. Per fortuna, agli ex mercati e in altre aree di questa città la vecchia talpa continua a scavare: per affermare il diritto a vivere in centro e in prossimità del proprio luogo di lavoro; per costruire un’edilizia finalizzata non al profitto e alla cementificazione ma alla tutela dei lavoratori, dell’ambiente e dei bisogni tanto individuali quanto collettivi; per una gestione pubblica della natura, della produzione e dei servizi, da sottrarre alle aziende a scopo di lucro e a quelle associazioni la cui utilità sociale consiste nel fare da vaselina, cinghia di trasmissione e cassa di risonanza all’interno dei movimenti delle istanze di chi governa questa città in nome e per conto delle classi possidenti.

