Dal primo luglio è in atto il nuovo tentativo posto in essere dal governo di mettere le mani sul TFR di lavoratori e lavoratrici per foraggiare la speculazione finanziaria che vede i fondi di investimento, quali appunto sono quelli pensionistici, come strumento principe per devastare settori produttivi e le economie di interi Paesi, in nome di un profitto indifferente delle vittime che si lascia alle spalle, a cominciare dagli stessi lavoratori e lavoratrici cui si prospetta di poter sperare di godere di una fetta, per quanto minima, di questi profitti.
Dal primo di luglio tutti i neo-assunti, come del resto coloro che cambiano datore di lavoro per effetto di un cambio di appalto, saranno automaticamente iscritti nei fondi negoziali a più basso rischio, a meno che nei sessanta giorni successivi l’assunzione non si oppongano formalmente a questo automatismo. Per gli altri, ovvero per coloro che sono stati assunti entro il 30 giugno restano in vigore le vecchie procedure.
Va detto, in primo luogo, che siamo consapevoli che nessuno informerà la stragrande maggioranza di questi lavoratori e lavoratrici della trappola: di conseguenza si vedranno condannati a vita (lavorativa) ad una condizione che di fatto sarà stata imposta loro.
Ma al di là della natura speculativa dei fondi, perché definiamo comunque una trappola questo giochetto, peraltro fallito abbastanza miseramente nel 2007?
Perché in diciannove anni di vita dei fondi negoziali i dati reali dei rendimenti di questi – e quelli aperti o assicurativi sono andati anche peggio! – i rendimenti reali dei cosiddetti fondi “sicuri” sono stati semplicemente ridicoli, non assicurando neanche il mantenimento del reale potere d’acquisto delle somme versate.
Il TFR ha avuto un rendimento decisamente superiore e solo i comparti più rischiosi di una manciata di fondi ha avuto un rendimento analogo a quello del TFR ed in un solo caso, su oltre sessanta, effettivamente migliore.
Questa cosa ha una ragione ovvia e risaputa: in Borsa i guadagni possono essere tanto alti quanto più rischiosi sono gli investimenti. Ovvero per avere un guadagno bisogna mettere in conto il rischio di perdere il capitale.
Ora, ancora una volta, questo tentativo di rapina viene portato avanti prospettando la necessità di garantire una mitica pensione integrativa che supporti quella pubblica massacrata dalle politiche di tutti i governi che si sono succeduti.
In realtà, a conti fatti, le poche centinaia di euro (molte meno a parità di contribuzione ed età anagrafica per le donne) che scaturirebbero come rendita, ammesso e non concesso che la persona abbia avuto una vita lavorativa particolarmente fortunata, non crediamo possano considerarsi un’opzione accettabile alla rinuncia di un TFR magari di alcune decine di migliaia di euro.
Di fatto, se la preoccupazione reale fosse il voler garantire ai futuri pensionati una reale integrazione alla pensione, sarebbe più efficace, funzionale e garantito applicare al TFR lo stesso trattamento fiscale riservato ai fondi ed a livello contrattuale prevedere gli stessi accantonamenti datoriali previsti per i fondi.
Peccato che in questa operazione CGIL, CISL e UIL, che siedono nei consigli di amministrazione dei fondi ricavandone un proprio tornaconto, evidentemente hanno interessi diversi rispetto a quelli dei lavoratori.
In questo quadro di precarietà e insicurezza la questione sociale di una pensione adeguata a tutti i lavoratori a prescindere dalle vicissitudini della vita lavorativa di ciascuno è una cosa troppo seria per le cialtronerie di borse, governi e sindacati complici.
Occorre una risposta forte, a cominciare dal vanificare questo furto con destrezza, che rimetta al centro i diritti di tutti e di ciascuno.

