(corrono brutti tempi, ma se ne preparano di peggiori)
Il tempo che ci è dato in sorte di abitare non sembra mostrare via di fuga praticabili in grado di condurre ad un qualche approdo sicuro la dolente umanità provata dalla tempestosa temperie del quotidiano.
I signori della guerra fanno strame di vite, sogni, desideri e speranze dei figli di ogni dio minore, innalzando le insegne insanguinate del loro unico e vero dio, quello glorificato ed osannato in ogni borsa.
I chierici orfani della liturgica democrazia borghese invocano la santità di un diritto internazionale fattosi pura trascendenza tra le rovine dei suoi luoghi di culto.
I tamburini di carta rullano sulle pelli d’asino la chiamata al riarmo nel santo nome della deterrenza contro nemici disegnati a bella posta, intonando la macabra marcia che da sempre ha condotto alla guerra.
Come la storia insegna: “si vis bellum, para bellum”.
Nella serva Italia di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, la donna presidente fa bordello e quando a manca s’ode uno squillo di tromba ecco che a destra risponde una squillo … Il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola una mutanda.
Insomma, la situazione è tragica ma niente affatto seria.
La condizione è tragica quanto altrettanto seria invece per chi ha da vivere col proprio lavoro o con quel che resta della propria pensione.
Salari e pensioni da fame, la salute ritornata ad essere una questione da ricchi, la casa un pio desiderio, la spesa un progressivo “gratta e perdi”, i diritti una favoletta della buona notte, la miseria e la povertà un delitto.
E all’orizzonte s’addensano le nubi procellose e fosche dell’imminente prossima tempesta.
È vero, via di fuga non se ne vedono.
Certamente non è né credibile, né pensabile che una qualche soluzione possa precipitare dagli alambicchi di una politica tutta intera all’interno della logica di quell’unico sistema economico condiviso che impone il bondage delle sue irremovibili compatibilità.
Come è illusorio aspettare perché “a da passà a nuttata”.
Certo, è possibile che alla fine questo morbo, questa peste, come è arrivata un giorno finisca.
Certo, è probabile che qualunque cosa si faccia non riduca la virulenza del contagio.
Ma alla fin fine quel che conta è non arrendersi ad esso. È ribellarsi senza rinunciare alla propria umanità, senza delegare a nessun untore, dio o proclamato demiurgo la propria morale e la propria dignità.
Di fronte agli eserciti schierati alla battaglia voltiamo allora le spalle, mostriamo il culo alla maniera degli Highlander ed andiamocene per la nostra strada renitenti, disertori e ribelli.

