L’onda della rivolta, che sobbolle come un ragù napoletano alla quotidianità disperante delle vite della stragrande maggioranza della popolazione, continua a manifestarsi con un andamento carsico sfuggendo ai radar di politica politicante, media, autoproclamati maitre a penser, sondaggisti, mangiafuoco ed indovini.
La partecipazione al referendum costituzionale, come era stata la mobilitazione contro il genocidio del popolo palestinese, è stata un momento di eruzione di questa rivolta morale ed esistenziale che, a dispetto dei vaticini dei soloni che occupano la scena mediatica in uno scontro tra fazioni concepito e giocato sulle teste di un popolo che per loro deve essere a prescindere “bue”, cova negli animi dei vilipesi e degli sfruttati, in primo luogo le donne e queste nuove generazioni (per inciso, grazie di esistere) ritenute irrimediabilmente domesticate alla dittatura dei neo-signori della Silicon Valley.
Prima di tutto bisogna fare qualche considerazione sul contesto in cui ci troviamo.
Occorre in primo luogo ricordare come l’aver fermato il tentativo di smantellamento della Costituzione non abbia modificato l’involuzione autoritaria che la sua applicazione di fatto ha subito e sta subendo da tempo attraverso l’introduzione delle cosiddette leggi ordinarie.
L’aver ottenuto il mantenimento della cosiddetta indipendenza della magistratura non modifica la funzione di questa di ferrea e puntuale applicazione della legge. Se il tentativo governativo era quello di porre sotto il controllo del potere politico il suo operato, il fallimento di questo non modifica la sostanza della funzione e del ruolo della magistratura disegnati dalle norme che è chiamata ed obbligata a servire.
In questi anni abbiamo assistito alla criminalizzazione di ogni forma di dissenso e di lotta da sempre posti in essere dai lavoratori e nelle lotte sociali a fronte della depenalizzazione dei comportamenti antisociali dei potenti, della casta e dei loro intermediari, faccendieri e manutengoli.
Da anni stiamo assistendo all’estrema divaricazione tra la giustizia sociale e la cosiddetta legalità, con un ruolo del magistrato dotato della maggior buona fede possibile di strumento coercitivo del sistema. (Che poi i signori del governo siano intrinsecamente incapaci di rispettare le loro stesse disposizioni è un altro discorso che attiene alla miserabile pochezza culturale e tecnica di questi signori).
Ovviamente la difesa della Costituzione, ovvero di quel compromesso sociale che sorregge l’ordinamento liberale e democratico della vita sociale del Paese, di fronte al tentativo autoritario ed autocratico di scardinarlo, è cosa sacrosanta. Ma le ragioni economiche e sociali che sottendono l’involuzione autoritaria e guerrafondaia globale che stiamo subendo non si fermano puntellando quella cosiddetta democrazia liberale che frana a causa della propria inadeguatezza storica.
Le politiche economiche connaturate alla società industriale ad alta intensità di mercato nella fase che ormai da decenni subiamo a causa dei limiti sociali e fisici del pianeta e con la conseguente finanziarizzazione dell’economia, impongono quella redistribuzione della ricchezza verso il profitto e la rendita e a danno della stragrande maggioranza della popolazione. Queste politiche sono sempre più intrinsecamente incompatibili con un consapevole consenso democratico della maggioranza degli sfruttati ed è da questo dato di fatto che traggono origine le derive autoritarie ed autocratiche, verso cui il consenso, come è sempre avvenuto nella storia, viene creato attraverso la paura e la costruzione del nemico di turno. Anche la guerra, in questo senso, oltre ad essere lo strumento di esercizio del potere, è un perfetto strumento economico in una logica keynesiana che nello svuotamento degli arsenali e nella loro ricostituzione garantisce enormi profitti sulla pelle delle vittime.
A fronte di tutto ciò, ovvero a fronte della necessità di rompere la gabbia economica e sociale che ci precipita verso l’abisso – e di cui occorrerebbe costruire i luoghi del confronto – assistiamo al solito sciocchezzario politico.
Mentre la destra autocratica al governo annaspa in una indecorosa resa dei conti cercando di rammendare le fila del comitato d’affari che chiamano coalizione, la sinistra della destra – perché sono decenni che con le loro politiche economiche e sociali hanno dimostrato di essere di destra – blatera di primarie e programmi strizzando gli occhi a chi s’è mobilitato per Gaza ed per il referendum continuando a schifarli senza appello in ogni occasione (elezione).
Ma volendo essere generosi ed attribuendo un barlume di credibilità a questi signori, potremmo dettare una semplice lista di questioni “a prescindere” che dovrebbero condividere per avviare un qualsiasi dialogo:
– riduzione delle spese militari a non oltre l’1,5% del pil;
– tassazione delle rendite finanziarie e dei profitti agli stessi livelli dell’Irpef;
– sequestro degli extraprofitti di banche e energetici;
– impegno delle somme derivanti dalle misure precedenti a sostegno della sanità pubblica, della scuola, delle università, della ricerca e dei servizi sociali;
– introduzione di un salario minimo universale;
– reintroduzione di un meccanismo automatico di rivalutazione dei salari e delle pensioni sulla base dell’inflazione registrata;
– abrogazione delle norme introdotte con i diversi decreti sicurezza;
– abrogazione delle norme che consentono l’acausalità nelle forme di lavoro diverse dal lavoro a tempo pieno ed indeterminato;
– abrogazione delle norme che hanno consentito la manomissione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori;
– abrogazione delle norme che intralciano l’esercizio del diritto d’asilo per chi fugge dalle guerre, dalle violenze o semplicemente dalla fame e chiusura dei CPR;
– riconoscimento della cittadinanza a chi è nato nei confini del Paese;
– reintroduzione ed aggravamento delle conseguenze per i reati di abuso d’ufficio, falso in bilancio ed evasione fiscale;
– denuclearizzazione del territorio con l’allontanamento delle testate nucleari a qualunque titolo presenti;
– adozione delle norme su “fine vita” e per la parità di trattamento a prescindere dal genere o dal credo delle persone.
Ovviamente queste sono questioni parziali e l’elenco dovrebbe essere allungato, ma evidentemente se non c’è una condivisione di partenza su di esse qualunque chiacchierata sarebbe ridotta ad una discussione sul sesso degli angeli finalizzata solo al tentativo di far prevalere una fazione rispetto all’altra della medesima parte, quella avversa a ciò che sottende la rivolta.

