Non sorprendono e non scandalizzano tanto i fatti di Torino quanto le reazioni ad istituzioni unificate della politica che attribuiscono una veste virginale ai celerini agiograficamente assunti come difensori delle libertà repubblicane.
Tutti fanno mostra di ignorare come le immagini vili ed indecenti (il pestaggio di una persona inerme e a terra – chiunque sia e qualuque cosa rappresenti – non possono che avere queste aggettivazioni) facciano da contraltare alla profusioni degli episodi a parti invertite in cui sono gli sbirri (non meritano altra definizione gli interpreti) ad accanirsi impunemente con manganelli, scarponi e qualunque cosa abbiano alla bisogna contro manifestanti inermi, magari ragazzi delle scuole medie, magari giornalisti, magari ignari passanti e l’unica differenza (per il momento sostanziale) con gli sgherri dell’ICE sono gli omicidi.
Del resto le dimissioni in poche ore dall’ospedale del celerino attestano come il pestaggio dallo stesso subito non sia stato in pratica così devastante da giustificare le parole di chi straparla parlando di tentato omicidio.
Ovviamente il maelstrom a reti unificate artatamente generato con la diffusione del video ha offerto il destro … alla destra al potere per accelerare quanto aveva in animo di imporre e sino a ieri aveva ritenuto di rinviare per prudenza a dopo l’esito del referendum costituzionale.
Il trio Lescano dell’ultra destra Meloni, Piantedosi e Salvini, pensa di arrivare sino a riesumare il “fermo preventivo” (ti arresto perché ho idea che tu possa commettere un reato) ideato e praticato su larga scala dal regime fascista ed imitato da tutte le dittature del mondo, senza peraltro la necessità di codificarlo in norma.
In un momento in cui la memoria di Dory, l’amica di Nemo, sembra essere in durata superiore alla media delle persone, occorre ricordare come lo sgombero di Askatasuna sia stato propiziato dall’invasione della redazione de La Stampa (anche in quel caso danni alle cose pressoché irrilevanti se non per la necessità della ripittura delle pareti) presentata anche quella come una devastazione nei fatti mai avvenuta.
Di fronte ai fatti allora c’è da chiedersi cosa ha motivato quel centinaio scarso di “duri e puri” che in barba alla presa di parola di cinquantamila torinesi che hanno occupato le strade della città – in prima file le famiglie del quartiere Vanchiglia – hanno ritenuto di dover mettere in scena la rappresentazione di una rivolta che evidentemente in quei termini e al momento è estranea al sentire ed al volere di quel popolo di cui pretendono di farsi mosche cocchiere.
La rivolta di popolo non si proclama, non la si impone, ma nasce ingovernabile dalle viscere e dal sentimento di un popolo e chi si pone come avanguardia ad indicare ed imporre un percorso ed una strada nei fatti ha in sé il germe del totalitarismo nei confronti di un popolo che in fondo disprezza.
Poi c’è la gazzarra di chi parla di agenti provocatori o di utili idioti che agiscono inconsapevolmente nell’interesse degli avversari. Ma al contrario pensiamo alla sincerità che muove che si ribella ad una condizione di impotenza che vive chiunque avverta sulla propria pelle l’ingiustizia di questa contemporaneità disperante ed agisce dando sfogo alle proprie pulsioni.
Sono sinceri, ma la stupidità non è mai rivoluzionaria.

