È indubbio, ciò che domina nella seconda decade del terzo millennio è il ritorno prepotente della sintassi della guerra nelle relazioni. Lo è nelle relazioni internazionali, come lo è nelle relazioni sociali e financo interpersonali, con un incremento della violenza praticata e percepita a tutti i livelli. Gli analisti ed i commentatori raccontano questa realtà sgomenti della vera e propria evaporazione delle regole del vivere comune, quelle che hanno garantito quantomeno dopo la fine della seconda guerra mondiale una sorta di bon ton che pervadeva, edulcorandone il segno ed il verso, tutte le relazioni, da quelle personali a quelle istituzionali.
Edulcorava, perché la formalità dei modi non ha mai impedito le pratiche vessatorie e ritorsive con cui i detentori dell’effettivo potere hanno sempre colpito e represso qualunque cosa ponesse in discussione quel potere.
L’avanzata a livello mondiale delle destre estreme insofferenti ai lacci e lacciuoli di quei contrappesi democratici che limitano la libera manifestazione del potere e l’apparente consenso che viene loro espresso da una popolazione domesticata, lascia basiti gli orfani dei leader dell’ancien regime sgomenti per un’opposizione istituzionale e politica evidentemente inadeguata e non attrezzata meglio della povera ARMIR mandata a morire in Russia dal boia di Predappio.
Si blatera di valori (non quelli veri, i soldi, ma quelli meramente nominali) dell’Occidente e di attacco alla democrazia, alle sue istituzioni e alle sue regole, senza che sfiori le menti la domanda sul perché quelle istituzioni e quelle regole sono in crisi in tutto il mondo.
Basterebbe chiedersi se sarebbe possibile ottenere un consenso libero e democratico a politiche economiche e sociali che colpiscono e danneggiano i tanti e garantiscono i profitti dei pochi, pochissimi. Se sarebbe possibile cioè ottenere un consenso libero e consapevole per le scelte, le norme, le politiche portate avanti senza alcuna reale distinzione da tutti gli attori politici liberali, socialdemocratici, democratici e, per rientrare in una vecchia definizione italica, dell’intero arco costituzionale, che negli ultimi quarant’anni ed oltre hanno guidato le istituzioni agli ordini dei mercati, della speculazione finanziaria e del suo capitalismo trionfante.
È per questo che il potere finanziario ed il tecno-capitalismo fa un’altra scelta, ovvero la scelta che nel passato ha puntato su camice nere o brune, giocando la carta della rabbia e della paura, su cui sempre s’aggruma il consenso della stupidità umana.
Diciamolo chiaramente agli orfanelli del passato recente: la democrazia borghese, con le sue regole, le sue istituzioni, i suoi contrappesi ed il suo bon ton è roba del passato, di un altro secolo e non è funzionale alla gestione del potere nel XXI secolo. La democrazia era buona quando il capitalismo produttivo era in espansione ed in consenso della massa dei lavoratori era utile e necessario nel loro ruolo di clienti del mercato globale. Ma oggi, da almeno quaranta anni, il capitalismo produttivo si è scontrato con i limiti fisici del pianeta e dei mercati e la caduta verticale del saggio del profitto ha imposto l’inversione della redistribuzione dai salari e dai diritti al capitale. Che peraltro si è riciclato in direzione della speculazione finanziaria. Queste sono le ragioni che hanno imposto le politiche economiche e sociali portate avanti dai governi, di qualunque colore e di qualunque schieramento geometrico e che non possono avere più un appeal adeguato sulla massa per quanto domesticata.
Insomma il problema non è la democrazia borghese, residuato storico, ma il dominio del capitalismo finanziario e della sua tecnocrazia che sta imponendo a trecentosessanta gradi la sintassi della guerra e contro cui è necessario scatenare una lotta che è tutta da scrivere.

