Scrivo perché se taccio mi ammalo. E se scrivo, mi ammalo lo stesso, ma forse è una febbre salvifica, un’infiammazione da guarigione. O forse no. Poco importa. Ho letto stamani che Zelensky implora rispetto per la vita umana. Lui, che per tre anni ha alimentato un altare sacrificale di giovani mandati a morire tra il fango e il gelo, armati con l’obolo degli alleati, indossando elmetti donati come si dona un pacco a Natale, con una pietà pelosa e televisiva. Miliardi di dollari per far morire una generazione, due generazioni intere della “sua gente”. Lui, che ha offerto il proprio popolo come argine contro un gigante atomico, pur sapendo di non avere le leve della vittoria, solo il plauso passeggero di chi lucra sul sangue altrui. Ora chiede rispetto, quando la carne è già stata dilaniata, quando il grano è stato minato, quando il silenzio degli amici si è fatto più assordante del fuoco nemico. Lo sapevano tutti, tranne chi si faceva pagare per fingere. La guerra d’Ucraina non si poteva vincere. Non così. Non contro una potenza nucleare, con l’esercito consunto e i pozzi secchi. L’hanno armata a scaglioni, come si fa con gli esperimenti. Vediamo quanto regge. Vediamo quanti ne muoiono. Adesso si arrende alla vita, dice. Ma è troppo tardi. Troppo per chi è rimasto sotto le bombe. Troppo per chi aveva avvertito, e fu chiamato putiniano, alimentati da una propaganda occidentale d’altri tempi, da Seconda Guerra Mondiale riciclata male, una colonizzazione delle menti in piena regola, orwelliana fino al midollo, ancora attiva come un gas che non si vede ma stordisce, anche ora, anche dopo un milione di morti, anche con una Russia che, malgrado tutto, esce rafforzata. E mentre Zelensky sussurra pace, Israele alza la voce. Aumenta. Brucia. Stermina. La stampa occidentale, ora, a fine luglio, dopo quasi due anni di assedio, si accorge che forse è un genocidio. Lo dice piano. Come se temesse di pronunciare una bestemmia. Ma lo era già a ottobre. Quando hanno chiuso l’acqua. Quando hanno detto che i bambini erano “scudi umani”. Quando hanno impedito l’ingresso a chi portava farina. Mi ricordo i primi giorni. Si diceva: sono reazioni, Israele è sotto shock, poi si calmeranno. Ma non si è calmato nessuno. Si è normalizzato l’orrore. L’ONU ha contato i morti, e l’Europa ha contato i voti. E i giornalisti, quelli che oggi si accorgono, ieri parlavano di Hamas. Sempre e solo Hamas. Come se i bambini si potessero bombardare per colpa dei padri. Come se le madri avessero scelto di partorire a Gaza, per dispetto. E intanto la Cina tace. Aspetta. Osserva. Fa affari. Firma accordi. Parla poco, ma accumula. Non difende, non denuncia troppo. Non si sporca. Ma c’è. C’è sempre. Nel commercio con Israele, nella neutralità studiata, nelle mani pulite da sangue, ma piene di merci. È questo che mi fa più male. Che chi dovrebbe parlare, tace. E chi dovrebbe tacere, comanda. E chi potrebbe fermare il massacro, baratta. I paesi arabi, troppo ricchi per ribellarsi, troppo vili per tacere. L’Iran, che ora teme il fuoco su di sé, prima osservava. Gli altri, quelli che condannano con una mano e prendono soldi nell’altra, hanno perso la voce prima ancora della faccia. Io, oggi, non so più chi è mio alleato. So chi sono i morti. So chi ha fame. So chi ha perso tutto. Ma non so più a chi scrivere, a chi parlare, a chi chiedere conto. Scrivo perché la vergogna non si cura con il silenzio. E perché questa parola, oggi, è l’unica forma che conosco di resistenza. Non vorrei essere complice e la mia scrittura è tutto fuorché una autoassoluzione. In tanti mi chiedono che fare? Io non ho una risposta. Ho solo questo diario. Questo corpo che si ostina a sentire, a scendere in piazza, a sensibilizzare chiunque mi passi davanti. Questo sguardo che non riesce a voltarsi. Che fare? Continuare a vedere, forse. Continuare a scrivere anche quando sembra inutile. Rifiutare le alleanze tiepide, le analisi codarde, le parole deterse. Che fare? Non cedere all’indifferenza. Non metabolizzare l’orrore. Non accontentarsi delle versioni ufficiali. Non scusare chi sapeva. Non perdonare chi ha scelto la carriera al posto della verità. Che fare? Restare vigili. Nonostante tutto. Partecipare, boicottare, decostruire e ogni tanto disperarsi, perché siamo umani, bombardati quotidianamente dall’orrore, dall’errore (di logiche disumane). Difendersi. Scrivere, come faccio io, come fanno in molti, smontare le cazzate quotidiane, non assuefarsi alla forza della propaganda.
Lavinia Marchetti

