L’Italia, col sostegno della più grossa minoranza della minoranza che va a votare, corre allegramente verso lo smantellamento della “Repubblica nata dalla Resistenza”. Le porte di un regime autoritario vengono spalancate con la sistematica introduzione delle nuove leggi “fascistissime” che puntano a criminalizzare qualunque forma di diversità e di dissenso e qualunque strumento che da sempre è stato utilizzato dai più deboli per sostenere le loro ragioni.
L’essere poveri torna un’altra volta ad essere un delitto, passibile di ogni repressione da parte degli organi dello Stato.
Dio, Patria e Famiglia – e cioè pensiero unico, guerra e patriarcato – dettano la norma cui ognuno deve sottomettersi, pena subirne le conseguenze, anche fisiche.
La barbarie nel mondo del lavoro è scandita dai tre morti quotidiani e dal bracciante scaricato davanti a casa con braccio amputato su di una cassetta.
È fatta dalla povertà di chi uno straccio di lavoro ce l’ha e dovrebbe ringraziare chi sulla sua miseria si arricchisce.
E’ fatta da pensionati – troppo spesso con pensioni da fame – visti solo come un peso sulle casse dell’INPS e giovani studenti che, solo se saranno fortunati e si piegheranno alla schiavitù moderna, potranno sperare di avere una pensione da fame non prima di avere ottanta anni.
Questo è lo scenario, la realtà disperante in cui chi non si piega, chi si ribella è chiamato ad agire.
La rivolta non si pratica in uno scontro di potere, volto a rovesciare un governo per sostituirlo con un altro – la storia di quantomeno gli ultimi trent’anni lo dimostra – ma praticando qui ed ora, ovunque sia possibile, manifestazioni di alterità, di irriducibilità alla norma, mostrando nei fatti, nelle carni e nel sangue degli oppressi come un’altra socialità, più giusta, più equa, più rispettosa della libertà di ciascuno non è solo possibile, ma anche, qui ed ora, praticabile.
Siamo renitenti al mercato. Disertiamo le guerre. E l’unico delitto è il non rubare quanto si ha fame.

