Ad Anchorage, nella base militare in Alaska, abbiamo assistito alla plastica rappresentazione del nuovo modello di relazioni internazionali.
Il palazzinaro newyorkese, il cui ego è equiparabile solo alla sua volgarità, nel suo autoproclamato ruolo di deus ex machina della tragicommedia contemporanea ha innalzato “o malamente” della sceneggiata che siamo costretti a subite dal 2022, ovvero l’autocrate Putin, a degno compare di merende in cui il pane ed il companatico sono quantomeno i destini di coloro cui è toccato in sorte di nascere in quell’espressione geografica che da qualche decennio corrisponde al nome di Ucraina.
Chiariamo, Putin “o malamente” lo è a pieno titolo, ma nella sceneggiata ucraina non c’è né “o zappatore” né qualunque altro “isso” a svolgere la parte dell’eroe positivo.
La vicenda ucraiana esplode nel 2014 e per otto anni la popolazione russofona ha subito le angherie e le violenze delle squadracce paramilitari, pure dichiaratamente filo naziste come il famigerato Battaglione Azov con base ad Odessa, con migliaia di morti ammazzati.
Nel 2022 è stata l’intransigenza della Nato e dell’amministrazione Biden a spingere Putin nell’avventura militare in cui in realtà continua ad essere impantanato.
Il termine impantanato non è stato usato a caso.
Tre anni di guerra hanno dimostrato come la Russia – che, certo, è comunque una potenza atomica – non abbia avuto le capacità militari convenzionali per avere ragione delle difese di un paese la cui conformazione morfologica (un’enorme e sconfinata pianura) sarebbe tale da presentare ben poche difese naturali. Nonostante questo, “o malamente” è divenuto l’orco cattivo delle più feroci tradizioni favolistiche europee, presentato come assetato di terra, sangue e, memori dell’ascendenza bolscevica, carni di bambini.
Spinti dall’intransigenza del rimbambito che occupava la Casa Bianca, maggiordomi, lacchè, buffoni di corte e qualche mangiatore di fuoco – ovvero i reggitori delle sorti dell’Unione Europea – invece di cercare una qualche mitica soluzione diplomatica, hanno scommesso (il culo della popolazione ucraina) sulla sconfitta militare dell’”o malamente” attraverso una serie infinita di sanzioni economiche (che hanno danneggiato principalmente i sanzionatori) e la fornitura in costante crescita esponenziale di armi sempre meno difensive e sempre più letali al meno che improbabile “isso” ucraino.
E poi arriva Donald.
L’”isso” ucraino è trattato a pesci in faccia e “o malamente” è divenuto più che un conoscente, un buon amico.
Peccato che allo stesso tempo lo stesso Donald abbia preteso che la sua collezione di soldatini con cui giocare alla guerra, la Nato, dovesse essere ingrandita a dismisura, prima con la spesa del 2% del Pil di ogni alleato e poi pretendendo di impegnare il 5% di quello stesso Pil.
Nessuno ha fatto notare che questo veniva giustificato dalla necessità di difendersi proprio dall’amico di Donald, amico ancora impantanato nelle immense pianure coltivate a grano dell’Europa orientale e che non sembra proprio avere i denti per dare soddisfazione agli appetiti che gli vengono attribuiti.
Contro chi, quale invasore extraterrestre, è necessaria la folle corsa al riarmo in cui la Pulzella di Bruxelles guida i suoi improbabili sodali?
L’unico reale nemico all’orizzonte è proprio il palazzinaro newyorkese che con la storia dei dazi ha fatto fessi gli europei fregandoli col gioco delle tre carte all’angolo della strada.
Ora il deus ex machina a stelle e strisce con ogni probabilità tirerà fuori dal cilindro dello Zio Sam la grande soluzione della questione Ucraina, in cui il compare di merende otterrà quello che era ovvio e scontato da almeno diciotto mesi, ovvero l’annessione dei territori occupati, mentre il palazzinaro troverà il modo di ricavarne il proprio tornaconto.
All’Europa con l’elmetto in testa non resterà che fare buon viso a cattivo gioco, mentre l’”isso” ucraino dovrà farsene una ragione, avendo già ricevuto in dono attorno al collo dal signore e padrone dell’occidente il cappio dei debiti per gli aiuti militari ricevuti e la questione delle terre rare.
Una squallida sceneggiata così illogica e contraddittoria, senza alcun filo logico e narrativo che se fosse stata messa in scena sulle tavole di qualche teatro napoletano sarebbe stata subissata di pernacchie.
Ma questo è il mondo in cui ci è dato di vivere e lottare.
A noi di confini più o meni riconosciuti importa meno di niente e non ci interessa lo stesso concetto di integrità territoriale di uno stato che, in quanto tale, è uno strumento di dominio e costrizione per chi ha la ventura di abitare quel territorio.
Noi crediamo che ciascuno, in qualunque luogo gli sia dato di nascere o abitare, abbia il diritto di vivere la propria esistenza liberamente secondo le proprie aspirazioni, nel rispetto reciproco delle aspirazioni altrui. Nessun confine, nessun regime, nessuna convenzione può negare a chiunque di vivere come propria la terra che abita.

