Il 22 settembre, al di là degli obiettivi e delle aspettative di chi lo ha proclamato, ha intercettato un sentire comune, un senso di rivolta e ribellione che si è tradotto in una mobilitazione generale che ha portato in piazza milioni e milioni di donne, uomini, anziani e soprattutto giovani in contrapposizione al cinismo, alla complicità e alla banalità del male della politica e delle istituzioni.
Ora gli attori sindacali e politici che hanno beneficiato loro malgrado di quella mobilitazione e del conseguente 3 ottobre, praticamente senza alcuna soluzione di continuità, mettendo in campo le medesime logiche e pratiche identitarie, con un ardito sillogismo hanno pensato di replicare il “miracolo” del 22 settembre contro l’economia di guerra ed una finanziaria che pure Istat e Banca d’Italia certificano come, diciamo semplicemente, impopolare.
Peccato che come questi signori fossero sostanzialmente estranei al brodo di coltura che è alla base della partecipazione al 22 settembre, ora continuino ad essere estranei a qualunque pratica sociale che possa vaticinare un analogo anelo di rivolta.
Chiariamo, le condizioni economiche e sociali sono tali che giustificherebbero, anzi richiederebbero una simile reazione ed anche l’USI sciopererà. Ma la necessità da sola non determina le condizioni perché si manifesti nella realtà e temo che questi nuovi scioperi generali finiranno nel migliore dei casi per marcare il territorio pisciando agli angoli delle piazze senza spostare di un solo millimetro i contenuti della finanziaria e l’arruolamento dell’economia.
Lo sciopero generale non dovrebbe essere una semplice manifestazione del dissenso, ma la spallata finale al temine di un percorso in cui nelle lotte si costruiscono la consapevolezza e la determinazione necessarie a generare la forza sociale in grado di sostenere la rivolta.
Quando le prime formazioni sindacali del IXX° secolo concepirono l’idea dello sciopero generale avevano in mente, certamente un po’ velleitariamente, la creazione di uno strumento rivoluzionario che, attraverso l’abbandono dei campi, delle officine, delle miniere e di qualunque luogo in cui si materializzava lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, gli sfruttati, finalmente con la schiena dritta, avrebbero tutti insieme avviato quella rivoluzione sociale necessaria a cancellare ingiustizie ed arbitrio.
Lo storia degli scioperi generali è fatta di straordinarie mobilitazioni e di feroci e sanguinarie repressioni, ma ancora quando Sandro Pertini a nome del Comitato di Liberazione Nazionale chiamava allo sciopero generale gli operai delle fabbriche del nord Italia, non lo faceva perché nelle strade di qualche città sfilasse qualche corteo in un garrire di bandiere, ma come segnale concreto di avvio dell’insurrezione generale contro i nazi-fascisti.
Poi, lentamente, nei decenni successivi, con la palese compromissione delle autoproclamate organizzazioni sindacali “maggiormente rappresentative”, lo sciopero generale è divenuto di fatto la perdita di una giornata di salario per il lavoratore che sciopera per un’astensione dal lavoro che non deve programmaticamente creare problemi. L’Italia infatti è l’unico paese europeo in cui il diritto di sciopero (diritto costituzionale) è limitato da una legge, la 146 del 1990 che, a presunta tutela degli utenti, depotenzia questo strumento con una commissione di garanzia che di fatto è la longa mano dei datori di lavoro, spalleggiati sistematicamente nella loro becera opposizione alle sacrosante rivendicazioni dei lavoratori.
Per questi signori e per le loro benaccette organizzazioni sindacali lo sciopero generale è l’inizio del nulla e la fine delle illusioni di chi sciopera. Infatti dopo una giornata di sciopero non è consentito – pena pesantissime sanzioni pecuniarie a chi le organizza e a chi partecipa – dare nessun seguito alle lotte, se non riavviando una trafila burocratica che sposta di un mese la possibilità … di ripetere la giornata di sciopero.
Di fronte a questa situazione ci si dovrebbe attendere che almeno le organizzazioni sindacali a loro dire più radicali e rivoluzionarie rifiutassero queste logiche, concependo la costruzione di uno sciopero generale come un percorso in grado di fermare effettivamente il paese, costruendo le condizioni per incrinare il sistema di controllo sociale e delle lotte imperante e che ha contribuito a determinare in maniera sostanziale l’impoverimento economico, sociale e materiale dei lavoratori dell’intero paese.
La stagione dei consigli ed il ’69 operaio non sono stati la concessione di qualcuno, ma delle concrete conquiste dei lavoratori del tempo!
La realtà purtroppo non è questa. I particolarismi, gli interessi di bottega, le logiche settarie e di bandiera non hanno mai creato le condizioni perché il sindacalismo, diciamo alternativo, arrivasse effettivamente a proclamare un vero sciopero generale. Ovvero uno sciopero che bloccasse effettivamente il paese – e non solo qualche settore, peraltro dei servizi – imponendo all’agenda politica, sociale e di governo la messa in discussione degli assetti sociali ed economici di una società costruita a tutela dei privilegi.
Per costoro lo sciopero generale è divenuta una sorta di liturgia che in autunno e magari anche in primavera, chiama i rispettivi fedeli all’annuale funzione.
Se e quanti siano i lavoratori che effettivamente scioperano per costoro è un dato irrilevante, l’unica cosa che conta è che i propri fedeli sfilino dietro ai loro chierici pisciando al centro delle strade per marcare il territorio in una marea di identificabili bandiere.

