C’è un’anomalia tutta italiana, che da almeno trent’anni ha visto compartecipi padroni, governi e sindacati di regime: questa anomalia è la pretesa che i lavoratori rispettino il “bon ton”, il politicamente corretto, l’essere “responsabili”, facendosi carico dei disagi che ogni loro azione potrebbe causare a qualcuno. La prima parte dei Contratti Collettivi Nazionali – quella che regola i rapporti e le relazioni tra padroni e sindacati di comodo, quelli che i contratti li firmano – sempre più ipertrofica e grondante commissioni e comitati paritetici (leggi gettoni e poltrone) – ha l’obiettivo dichiarato di stemperare qualunque controversia e contrapposizione, lasciando a lor signori il compito di stabilire cosa sia meglio per l’ottuso lavoratore, che evidentemente non comprende cosa sia meglio per lui. Solo in Italia – basta vedere cosa succede al contrario in Francia, Gran Bretagna, Germania di questi tempi (ed anche in questi giorni) – si sono inventati la legge 146 del 1990, in cui il diritto costituzionale allo sciopero viene subordinato al disagio che esso potrebbe causare all’utenza e con Salvini che tenta un ulteriore affondo, piegando la già sterilizzante procedura burocratica imposta alla valutazione soggettiva del potere con lo strumento della precettazione. Diciamolo chiaramente, quando un lavoratore sciopera, rinuncia ad una quota di salario, toglie il pane di bocca a sé ed ai propri cari. E se lo fa, non è per avere una pacca sulla spalla, un attestato di stima per la propria educazione. Lo fa esattamente perché con il proprio sacrificio, con la propria azione di lotta, vuole proprio porre concretamente sul tavolo il problema dei propri diritti e dei propri bisogni. E lo mette concretamente solo e se la propria azione, il proprio sciopero o quello che sia, genera un problema, un disagio alla produzione o al servizio per i quali il suo lavoro è necessario ed indispensabile.Da sempre la lotta per l’emanciparsi di chi non ha che il proprio lavoro deve mandare a cagare il “bon ton”, essere politicamente scorretta, mettere in discussione una legalità – quella che condanna picchetti, blocchi, occupazioni – che non è neanche lontana parente della giustizia. Chi ha dimenticato tutto questo, chi, al di là delle parole, ha fatto proprie le compatibilità di un sistema organizzato per perpetuare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è solo un attore nel grande circo mediatico di questa modernità disperante. Ha solo l’obiettivo di rendere innocue le lotte dei lavoratori e vanificarne i sacrifici. Questo giornale vuole dare voce e speranza a chi non si arrende e non teme di essere chiamato malfattore perché persegue veramente la giustizia sociale. Vuole dare voce alla lotta di classe che i padroni non hanno mai smesso di continuare a fare. Vuole offrire una tribuna alle voci di chi lotta, metterle in connessione e fornire gli strumenti utili allo sviluppo e alla crescita delle lotte. Bene, lo sciopero a gatto selvaggio era una forma di lotta operaia praticata negli anni ‘60 e ‘70 con azioni improvvise e difficilmente prevedibili, ed aveva proprio l’obiettivo di paralizzare le linee di produzione nei grossi impianti industriali.
…dunque, ecco in una testata un’idea, un programma e una pratica.
Severo Lutrario

