Siamo lavoratrici e lavoratori, il nostro riconoscimento passa da inquadramenti contrattuali corretti, compensi dignitosi, contratti equi, diritti, un welfare universale, il rispetto della salute psicofisica, un’economia che supporti la cultura.
Venerdì 12 giugno scioperiamo per tutto questo.Con le proclamazioni dei sindacati FP CGIL, Nidil CGIL, CUB, ADL COBAS, COBAS lavoro privato, CLAP, USI CT&S, scioperano tutti gli ambiti dei settori creativi e culturali.
1. Riconoscimento e dignità del lavoro culturale
Il primo obiettivo è affermare che il lavoro culturale è lavoro a tutti gli effetti e deve essere riconosciuto come tale. Occorre regolamentare tutte le professioni del settore e contrastare la convinzione che si tratti di attività svolte per passione o vocazione.
Per raggiungere il riconoscimento del lavoro creativo e culturale è necessario, tra le altre cose, contrastare l’abuso di volontariato e stage, impedendo che queste forme sostituiscano il lavoro correttamente retribuito, monitorare i datori che ricorrono alle false partite IVA e ampliare i diritti del lavoro autonomo. A queste si uniscono rivendicazioni specifiche degli altri settori coinvolti.
2. Retribuzione e lavoro dignitosi
La qualità e la complessità delle competenze richieste nel settore culturale non trovano riscontro nei salari e nelle condizioni contrattuali effettive. Molti lavoratori e lavoratrici sono sottoinquadrati, impiegati con contratti inadeguati o retribuiti in misura insufficiente per condurre una vita dignitosa.
Per questo è necessario introdurre un salario minimo legale e garantire che il lavoro precario non venga utilizzato come strumento per comprimere il costo del lavoro: i costi della flessibilità non devono ricadere sulle lavoratrici, per questo il lavoro autonomo, atipico e parasubordinato deve avere retribuzioni lorde maggiori rispetto a quelle dei dipendenti, retribuzioni che compensino la discontinuità lavorativa e le minori tutele e allo stesso tempo disincentivino il ricorso senza controllo a forme contrattuali non adeguate.
3. Rispetto della salute psicofisica
Le condizioni di precarietà, la competizione permanente, le discriminazioni e la mancanza di tutele producono conseguenze profonde sulla salute mentale e fisica di chi lavora nella cultura. È necessario garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro e di formazione, rafforzare i controlli e la prevenzione, monitorare i rischi da stress lavoro-correlato, contrastare ogni forma di molestia, discriminazione e violenza.
4. Welfare universale
La precarietà strutturale che caratterizza gran parte del lavoro culturale rende indispensabile un sistema di welfare capace di garantire continuità di reddito e protezione sociale a tutte e tutti, indipendentemente dalle forme contrattuali.
Occorre introdurre strumenti efficaci di sostegno al reddito, nella prospettiva di un reddito universale di base. Bisogna inoltre estendere le tutele legate alla genitorialità, garantire il diritto all’indennità di malattia e infortunio per tutte e tutti e una pensione dignitosa, costruendo un sistema previdenziale solido, che non penalizzi chi ha carriere frammentate e versa in casse diverse.
5. Contro l’economia del riarmo e l’art-washing
La crescita della spesa militare e la riduzione delle risorse per cultura e welfare sono due facce di un modello economico che respingiamo. In questo contesto, le istituzioni culturali rischiano di diventare strumenti di legittimazione politica di guerre, occupazioni e pratiche coloniali. Noi rifiutiamo questo art-washing e difendiamo il diritto a esprimere dissenso e a organizzarsi collettivamente.

