Con l’emendamento che Fratelli d’Italia ha presentato al decreto “salva Ilva” attualmente in discussione in Commissione al Parlamento, il governo Meloni si appresta ad infliggere l’ennesimo colpo ai diritti ed alle residue tutele dei lavoratori, dimostrando ancora una volta la sua reale natura di braccio armato a difesa degli interessi e dei profitti dei ricchi, dei potenti e dei padroni.
La “sovversiva” Corte di Cassazione – Sezione Lavoro con la sentenza n. 26246 del 06 settembre 2022 aveva sancito come, a causa dell’attenuazione della tutela reale (il reintegro a lavoro in caso di licenziamento ingiusto) introdotta dalla Legge 28 giugno 2012 n. 92 (Legge Fornero), la debolezza del lavoratore di fronte al datore di lavoro fosse divenuta tale (i rischi che corre nel caso avanzi delle rivendicazioni) per cui il termine di prescrizione doveva comunque individuarsi nel quinto anno antecedente l’entrata in vigore di detta legge avvenuta il 18 luglio 2012. Quindi tutti i lavoratori, compresi coloro che hanno cessato il lavoro negli ultimi cinque anni, hanno avuto da quel momento pienamente titolo di vedersi riconoscere le differenze contrattuali e/o da accordi maturate dal 18 luglio 2007 sino ad oggi.
Un orientamento, quello dato da questa sentenza, che in meno di tre anni si è tradotto in un vero e proprio bagno di sangue per i “poveri” padroni che hanno avuto la sventura di incappare in lavoratori sufficientemente svegli e attenti – o giustamente indirizzati – che se ne sono avvalsi.
Ed ecco che le truppe cammellate del potere – che è sempre quello economico – corrono ai ripari pretendendo di definire per legge il termine prescrittivo dei cinque anni anche in costanza del rapporto di lavoro, fregandosene delle considerazioni – peraltro di semplice buon senso – che la Cassazione aveva enunciato per emettere la propria sentenza.
Ma questi signori, sempre più realisti del re, non si fermano qui e con un colpo da maestri finiscono per negare solo ai lavoratori cui si applica quel che resta dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori il regime valido per qualunque altro tipo di creditore in materia di interruzione della prescrizione.
Per tutti è sufficiente avanzare una richiesta documentata e formale al debitore di pagamento del dovuto e questo semplice atto rinnova per il successivo quinquennio la validità del debito ed il diritto alla riscossione del creditore.
Ma con questo emendamento questo non varrà più per i soli lavoratori.
Per questi viene stabilita per legge una contrazione della prescrizione a soli 180 giorni, peraltro non reiterabili. Sei mesi, niente rispetto ai 5 anni previsti.
Non esiste più, per i soli lavoratori, l’interruzione della prescrizione ma viene introdotto l’obbligo – pena la decadenza di ogni diritto – del deposito entro appunto 180 giorni del ricorso in Tribunale, delimitando allo stesso tempo i rischi economici dal datore di lavoro ed i margini di manovra sulla base delle opportunità e delle necessità del lavoratore.
Per finire l’emendamento non rinuncia a mettere mordacchia e catena ai giudici del lavoro – che peraltro da tempo non brillano per attenzione alla parte debole del contratto di lavoro, ovvero al lavoratore – delimitando il potere che il secondo comma dell’articolo 2099 del codice civile riconosceva loro (In mancanza di accordo tra le parti, la retribuzione è determinata dal giudice) fornendone un’originale interpretazione “autentica” in base alla quale il giudice dovrà attenersi ai contratti collettivi e solo quando il contratto comunque applicato è palesemente inadeguato o di un settore diverso da quello in cui si svolge la prestazione, il giudice potrà agire, ma il datore di lavoro non potrà essere chiamato a pagare le differenze maturate prima delle formali richieste avanzate dal lavoratore o, in mancanza, dalla data di deposito del ricorso in Tribunale.
Una vera aggressione a mano armata questo emendamento e ci si dovrebbe augurare che finisca nello scarico del cesso insieme ai suoi presentatori.
Ma il silenzio assordante delle opposizioni sulla questione – se oggi 18 luglio non fosse uscita la notizia su “Il Fatto Quotidiano” praticamente nessuno ne saprebbe nulla – la dice lunga sul ruolo di chi le commissioni parlamentari le bazzica.
Cos’è? Distrazione? Debilitazione da caldo romano? O chiara e palese connivenza di chi in questi ultimi trent’anni non è mai stato da meno dell’altra parte politica nell’operare a difesa degli interessi dei padroni?
Qualunque sia la ragione i lavoratori devono avere ben presente questi comportamenti e chiedersi da che parte stanno questi signori in questa maledetta guerra.
Una guerra che come sempre non è tra i contrapposti reggitori delle sorti del mondo, sulle sempre affermate e mai giustificate contrapposizioni ideali, morali, etiche e così via. Una guerra che come sempre è concepita, organizzata, provocata ed attuata dai detentori del potere sulle lacrime, il sangue ed il dolore dei popoli.
Una guerra che non ha necessariamente bisogno dell’uso delle armi (a parte la sbirraglia, naturalmente) ma che può colpire e fare danni anche con delle porcherie scarabocchiate su di un pezzo di carta.

