La perdita del potere d’acquisto dei salari è sotto gli occhi e si sente nelle tasche di tutti.
Nel 2022/2023 un’inflazione, che in questi termini non si registrava orami dalla prima metà degli anni ’80 del secolo scorso, ha precipitando sotto la soglia della povertà fasce sempre più larghe di popolazione. Non solo i disoccupati, i sottoccupati, i precari, la maggior parte dei pensionati, ma anche fasce sempre più larghe di coloro che una volta venivano definiti “garantiti”.
Se esaminiamo il quinquennio 2020 / 2024, che è stato caratterizzato dai seguenti livelli di inflazione annua:
2020 -0.2% – 2021 3,9% – 2022 11.6% – 2023 5,3% – 2024 1,3%
e verifichiamo cosa questa ha significato per il salario dei lavoratori, prendendo ad esempio categorie e livelli operai in alcuni dei contratti più diffusi del settore industriale e dei servizi, otteniamo come risultato quanto riportato nella seguente tabella.
| 2020 | 2024 | 2024 | ||||
| CCNL | livello | salario | nominale | reale | perdita | % |
| Metalmeccanici Ind. | D1 | 1.468,71 | 1.496,96 | 1.239,61 | 257,35 | 17,52 |
| Chimici farmaceutici | D1 | 1.761,03 | 1.783,03 | 1.467,77 | 315,26 | 17,90 |
| Cartai | C1 | 1.755,11 | 1.803,11 | 1.454,35 | 348,76 | 19,87 |
| Autoferrotranvieri | 185 | 1.647,39 | 1.793,03 | 1.361,48 | 431,55 | 26,20 |
| Confcommericio | 5 | 1.508,95 | 1.599,29 | 1.247,71 | 351,58 | 23,30 |
| Multiservizi (pulizie) | 1 | 1.129,08 | 1.228,74 | 936,07 | 292,67 | 25,92 |
| Cooperative Sociali | C1 | 1.425,21 | 1.515,21 | 1.110,86 | 404,35 | 28,37 |
In sostanza, compresi i cosiddetti aumenti salariati intervenuti nel quinquennio, il reale potere d’acquisto dei lavoratori si è ridotto tra il 17 ed il 29% colpendo in maniera sempre più grave i settori e le categorie già oggettivamente penalizzate.
Una situazione insostenibile che non trova e non può trovare soluzione nelle pantomime che le cosiddette parti sociali recitano nei tavoli di rinnovo dei contratti collettivi.
La realtà è che fin dagli inizi degli anni ’90 le paghe in Italia segnavano il passo determinando un niente affatto gradito record a livello europeo, quello dei salari più bassi.
In sostanza sono decine di anni che il salario dei lavoratori italiani è in caduta libera, solo che per lungo tempo, grazie alla bassa inflazione, quel precipitare poteva essere scambiato per un fluttuare nell’aria che avrebbe svelato la sua reale natura solo al momento in cui si sarebbe finiti spiaccicati al suolo.
Tutto questo non è imputabile né ad un dio crudele e vendicativo e né al destino cinico e baro. Ci sono dei responsabili.
E non parliamo dei padroni, che hanno fatto solo il loro mestiere. Parliamo di quelle organizzazioni sindacali che in cambio dell’essere riconosciuti come interlocutori unici, hanno sacrificato scientemente e sistematicamente i diritti, gli interessi e le vite stesse dei lavoratori.
Parliamo del modello contrattuale concordato con i padroni con gli accordi del ’92, ’93 con cui veniva stabilito come da quel momento i cosiddetti aumenti salariali stabiliti nei CCNL stipulati da allora in poi avrebbero potuto, al massimo, recuperare nient’altro che proprio la perdita del valore d’acquisto determinata dall’inflazione programmata.
Una palese assurdità che rendeva oggetto di contrattazione quello che in precedenza, con la scala mobile, era assicurato automaticamente al primo gennaio di ogni anno.
Come era ovvio sin da subito nessun contratto ha mai assicurato per intero questo recupero e gli aumenti contrattuali non hanno mai rappresentato una reale crescita dei salari, ma hanno sempre e solo certificato un loro decremento reale.
Una schifezza perpetrata in danno di tutti i lavoratori in cambio della normalizzazione della rappresentanza messa in crisi dalla stagione dei consigli a partire dal 1969. Una schifezza con cui cgil, cisl e uil si sono assunte il ruolo di pompieri delle lotte avocando a sé un potere senza avere alcuna delega da parte dei lavoratori.
Negli accordi del ’92, ’93 la possibilità di ottenere reali aumenti contrattuali veniva demandata alla contrattazione di secondo livello. Ma anche su questo lor signori hanno provveduto ben presto a concordare come questa parte di salario dovesse essere dipendente dal profitto del padrone, introducendo una vera e propria aberrazione che tutt’ora impera.
In sostanza questo modello contrattuale e cioè tutti i contratti che sulla base di questo vengono sottoscritti, costituisce una vera e propria gabbia che impedisce a tutti i lavoratori italiani un effettivo miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro. Che impedisce a tutti i lavoratori di progredire nella relazione tra capitale e lavoro.
Evidentemente questo patto scellerato sottoscritto in danno di tutti i lavoratori è uno dei perni su cui si fonda il sistema economico e produttivo del paese e smantellarlo costituisce un obiettivo tanto complesso quanto improbo.
Ma denunciarlo, farne oggetto di conoscenza e consapevolezza tra i lavoratori, costituisce il primo passo verso un‘emancipazione possibile e necessaria.

