I migranti trovano occupazione soprattutto come braccianti agricoli, nella logistica, nell’industria tessile e nel lavoro domestico. Per quanto attiene al lavoro agricolo ed in specifico nel bracciantato è stata la stessa Commissione europea a fare qualcosa come 244 rilievi sul Piano strategico per la PAC presentato dal governo Draghi il 31 dicembre 2021.
In questo piano, ideato per foraggiare la grande industria agro alimentare ed i grandi latifondi, sono particolarmente interessanti le osservazioni riguardanti l’applicazione della “condizionalità sociale nei contratti di lavoro”.
Per la Commissione europea la PAC presentata non rispettava il diritto dei lavoratori con un’immediata attuazione da parte dello stato italiano della condizionalità sociale. Ovvero non si sarebbe dovuto aspettare né il termine previsto della volontarietà del 2023, né tantomeno quello della obbligatorietà prevista nel 2025. Ancora, la PAC non prevedeva come condizioni imprescindibili il rispetto da parte dei beneficiari delle norme fondamentali relative alle condizioni di lavoro e di occupazione dei lavoratori agricoli. Nonché quelle relative alla sicurezza e salute sul lavoro.
Nei fatti nel 2021 si era già arrivati al 72% di irregolarità delle imprese agricole sottoposte a controllo, mentre la percentuale delle posizioni lavorative risultate irregolari fosse giunta alla cifra di 83.191. Non era dunque azzardato ipotizzare come almeno in 50% delle aziende che ricevono sostanziosi aiuti dalla PAC siano “irregolari”, ovvero non rispettino totalmente i contratti di lavoro.
Del resto per essere irregolare, per rientrare nella casistica del caporalato o dell’intermediazione illecita le norme prevedono la presenza di specifici indici di sfruttamento. Ovvero.
La corresponsione reiterata di retribuzioni palesemente difformi dalle previsioni dei contratti collettivi di lavoro, o comunque sproporzionate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato.
La reiterata violazione della normativa in materia di orario di lavoro, di periodi di riposo, di riposo settimanale, di aspettativa obbligatoria e ferie.
La violazione delle norme in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro.
Il fatto che il lavoratore sia sottoposto a degradanti condizioni di lavoro, alloggiative o di sorveglianza.
Ovvero le condizioni di fatto nella stragrande maggioranza dei casi “normali” in questo paese.
In proposito è tragicamente illuminante la dichiarazione di Surya Deva, presidente del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, che ha svolto una missione nelle campagne italiane nell’ottobre 2021:
“Gravi e persistenti abusi dei diritti umani in relazione alle attività delle imprese in Italia. Tali abusi includono condizioni di lavoro e di vita disumane per migliaia di lavoratori migranti, gravi problemi di salute e sicurezza sul lavoro e inquinamento ambientale che mette in pericolo la salute pubblica”.
“I lavoratori migranti, compresi quelli provenienti da paesi africani e asiatici, che lavorano in settori come l’agricoltura, l’abbigliamento e la logistica sono intrappolati in un circolo vizioso di sfruttamento, schiavitù per debiti e abusi dei diritti umani che deve essere spezzato”.
La questione del bracciantato è chiaramente eclatante e non è che l’estremizzazione di una condizione diffusa in tutto il mondo del lavoro.
Le concrete condizioni materiali che i migranti subiscono nei luoghi di lavoro sono strettamente correlate, dipendenti ed inscindibili con le condizioni che sono loro imposte per depotenziarne sino all’estremo qualunque elementare potere contrattuale.
L’uso criminogeno e criminale che ad esempio le imprese agricole fanno del lavoro dei migranti non è quasi per nulla funzionale al profitto di quelle imprese. È in primo luogo funzionale all’industria agro alimentare ed alla grande distribuzione che sullo sfruttamento disumano dei migranti possono imporre prezzi ridicoli per l’acquisto dei prodotti della terra, realizzando i profitti enormi che ottengono dai banchi dei supermercati.
Un lavoro di giustizia sociale in questo campo allora non potrebbe prescindere dalla realizzazione di una forma di assistenza che accompagni il migrante nella giungla della cittadinanza negata, che lo assista nelle relazioni con le istituzioni e gli fornisca la necessaria assistenza legale.
Significherebbe ancora costruire lotte e vertenze volte ad assicurare ai migranti l’accesso ai servizi, ad un alloggio adeguato e ad una vita dignitosa per sé e la propria famiglia nel rispetto delle rispettive identità culturali. Significherebbe ancora costruire vertenze capaci di rompere le condizioni di sfruttamento esistenti nei luoghi di lavoro, di vanificare la logica perversa che sottende una massimizzazione dei profitti sulla base di uno sfruttamento feroce.
Occorrerebbe avere la capacità di connettere ed unificare le lotte dei migranti a quelle di tutto il movimento dei lavoratori, per il quale le condizioni di minorità in cui sono tenuti i migranti finiscono per essere uno strumento di dumping che riduce la sua stessa capacità rivendicativa.
In sostanza l’emancipazione dei migranti non dovrebbe che essere un obiettivo comune ed unificante di tutti i lavoratori, qualunque sia il luogo dove sia stato dato loro in sorte di nascere.

