La gabbia mentale ed ideologica dell’economia politica borghese ha trascinato con sé il pensiero così detto scientifico del socialismo tedesco con il materialismo storico di Carl Marx. Per Marx gli uomini si trovano a muoversi entro «determinati rapporti necessari e indipendenti dalla loro volontà». Questi sono i rapporti di produzione propri di una determinata fase dello sviluppo storico. Questi, che costituiscono la struttura economica della società, sono la base reale sulla quale si eleva la sovrastruttura. Cioè tutto il resto. I rapporti giuridici e politici. La vita intellettuale, morale e religiosa. Soprattutto le forme determinate della coscienza sociale. Le uniche cose determinanti sarebbero per prime le forze produttive. Cioè gli strumenti di produzione, gli uomini che li producono e li muovono. Le esperienze e le abitudini di lavoro. I beni prodotti. Poi ci sarebbero i rapporti di produzione. Ovvero i sistemi di produzione (bottega, manifattura, industria). Infine ci sarebbero le relazioni di lavoro (schiavitù, artigianato, salariato). Cose che nel loro insieme caratterizzano l’ordinamento di una data epoca storica. Sarebbero i contrasti profondi nel campo della vita economica e produttiva a determinare i contrasti e i conflitti nel campo sociale. In questi conflitti le idee agirebbero «come forze materiali». Accentuando e organizzando il movimento di trasformazione dell’ordine giuridico, politico, sociale e produttivo esistente.
In breve e nonostante gli “aggiustamenti” ideologici del marxisti del ‘900, questa è la sostanza e la radice del materialismo storico.
Il materialismo storico ha il suo fondamento nel principio per il quale “la vita non è determinata dalla coscienza, ma la coscienza è determinata dalla vita”. Inoltre il materialismo storico afferma che «la coscienza non può mai essere qualcosa di diverso dell’essere consapevole». Perché anzi «la produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza è in un primo tempo direttamente intrecciata con la vita materiale» e con l’attività e lo scambio fra gli uomini. Possiamo anche dire come nell’ambito del pensiero marxiano la coscienza, ovvero l’interpretazione che gli individui danno di loro stessi e delle relazioni che si determinano con gli altri individui, sia determinata esclusivamente dagli strumenti della produzione, dalle modalità della produzione e da cosa si produce. Tutto il resto, tutto ciò che non attiene alla cosiddetta struttura economica non sarebbe altro che sovrastruttura. Un qualcosa generato in conseguenza dei rapporti di produzione.
Questa logica con la qualificazione di qualunque espressione “sentimentale” come “piccolo borghese” ha rappresentato una delle tare ideologiche in base alle quali si è potuta produrre la realtà distopica del cosiddetto socialismo reale. La semplice modifica dei rapporti di produzione di per sé avrebbe dovuto generare quella sovrastruttura conseguente. O peraltro, data la modifica dei rapporti di produzione ottenuta per il tramite della conquista del potere, la sovrastruttura borghese doveva essere eliminata. Lasciando che la nuova si generasse dalla vita reale. In realtà il distopismo di stato del socialismo reale si è caratterizzato sempre e comunque per una profonda aridità disperante.
A conti fatti nella concezione dell’essere umano o peggio dell’umanità non vi è una grande differenza tra l’economia politica – che stiamo assumendo come l’ideologia borghese – ed il materialismo storico – cioè il marxismo. Per la prima l’uomo e l’umanità sarebbero mossi dall’impulso primario del proprio tornaconto. Per il secondo sarebbero un grumo di materia inerte di volta in volta conformato dai rapporti di produzione che regolano il sistema economico. Per entrambi comunque ciò che è totalmente irrilevante, che non ha cittadinanza nelle rispettive concezioni è la natura.
In realtà per l’economia politica la natura fa capolino per veicolare l’idea disperante che propugna per l’essere umano. Ma per il resto, per le proprie formule la natura non è un fattore economico. Per il materialismo storico la natura compare solo quale dispensario disponibile all’impiego nelle produzioni. Contribuisce a definire cosa e come produrre. In entrambi i casi la natura non svolgerebbe alcun ruolo nei rapporti di produzione e dunque nella formazione della “coscienza” dell’essere umano e dell’umanità.
Peraltro e per ragionamenti diametralmente opposti anche l’idealismo è una forma di pensiero quanto di più lontana si possa assumere per fare i conti con la natura.
Allora molto concretamente, senza scomodare i massimi sistemi del pensiero umano, dobbiamo sottolineare come la natura dell’uomo e dell’umanità non siano una lavagna. Una “tabula rasa” su cui i rapporti di produzione di un determinato sistema economico tracciano la formula acconcia ai propri fini. La natura dell’uomo certamente è permeabile agli effetti dei rapporti di produzione. Ma preesiste a quelli. Resiste a quelli. Si modifica in relazione a quelli. Ma non può che conservare quantomeno un frammento di alterità. Lo ha sempre fatto. Anche nei momenti peggiori della sua storia. Anche quando più feroci e crudeli si sono manifestati la sopraffazione ed il dominio. Anche allora la manifestazione dell’alterità si è manifestata nella concreta aspirazione degli uomini e dell’umanità a qualcosa di migliore e di più assonante a quanto percepito come necessario e giusto. E questa aspirazione non si è generata nel conflitto. Preesisteva. Ha generato il conflitto.
L’umanità e l’essere umano non sono semplicemente uno strumento economico. O come vuole la vulgata neo-liberista una risorsa. L’uomo non nasce per essere impiegato nella produzione di qualcosa e per essere attore di un rapporto economico. Un uomo nasce come ogni essere vivente per cercare, tentare di essere felice. Certo per poterlo essere, per tentare di esserlo ha in primo luogo la necessità di risolvere la propria riproduzione materiale. Ma aver garantito la propria sopravvivenza non costituisce – meglio non dovrebbe costituire – lo scopo della sua esistenza. L’economia politica come il materialismo storico al contrario racchiudono il senso, lo scopo dell’esistenza in quella che dovrebbe essere nient’altro che la fase propedeutica al conseguimento del suo scopo.
Abbiamo detto come la natura dell’uomo e dell’umanità non siano una “tabula rasa”.
L’homo sapiens sapiens si sviluppa duecentomila anni fa nell’attuale Botswana probabilmente in quello che oggi è il deserto del Kalahari. Naturalmente allora quel territorio era ben diverso dalle condizioni che presenta nel presente. Era umido e ospitale per una grande varietà di specie sia vegetali che animali. In quelle condizioni l’homo sapiens sapiens ha potuto evolversi dal proprio progenitore primate. Acquisendo con il trascorrere dei secoli e dei millenni quelle abilità e capacità che lo porteranno sino alla generazione del pensiero astratto. Sino a costituire il genere homo distinto da quello dei primati. Ma allo stesso tempo il fatto di aver generato il pensiero astratto e con esso la comprensione della propria transitorietà non ha cancellato tutto il percorso evolutivo – comune a quello degli altri primati – che lo ha portato sin lì. I primati devono il loro successo evolutivo essenzialmente al fatto di essere una specie sociale. È la capacità di agire in gruppo che consente ai primati di competere con specie animali di potenza, forza, dimensioni, apparati dentali ed unghiali ben più consistenti dei loro.
Ma in che maniera si esprime la socialità nei primati?
Il grooming, ovvero lo spulciamento comune in tutti i primati è un comportamento rivelatore. Un individuo passa anche più di un’ora a ripulire dei parassiti il pelo di un altro membro del branco senza che la cosa gli procuri nell’immediato alcun beneficio. Una volta finito il grooming infatti i due individui si separano come se nulla fosse successo. Per gli etologi lo spulciatore con il suo comportamento sta investendo nella relazione con colui che beneficia del suo servizio. Ovvero investe sulla considerazione che l’altro avrà per lui in futuro. Dunque il grooming ci dice che i primati non agiscono per il loro tornaconto immediato. Ma lo fanno investendo nelle relazioni sociali. Tant’è che a capo del branco non vi è l’individuo – maschio o femmina non importa – più forte. Quello che ha sconfitto in un duello più o meno rituale gli altri pretendenti. A capo del branco vi è l’individuo più popolare. Ovvero l’individuo che ha avuto il maggior numero di comportamenti altruistici verso il maggior numero di membri del branco.
Altro fatto rilevatore è rappresentato dai comportamenti conseguenti a liti anche violente tra membri del branco. I primati non tengono il broncio, non mantengono le distanze. Immediatamente dopo la lite qualunque sia stata la causa della stessa pongono in essere strategie di riconciliazione. Gli autori della lite si avvicinano, si accarezzano, si baciano. Se non lo fanno sarà una femmina a calmarli con il grooming e poi a metterli a contatto. Insomma per i primati a garanzia della loro sopravvivenza non c’è nulla di più importante delle relazioni sociali. Gli individui sono naturalmente portati a relazionarsi tra loro con comportamenti altruistici. Comportamenti che di fatto manifestano l’istituto economico della reciprocità. Ovvero un istituto economico che necessita per essere agito di un’istituzione sociale condivisa che in questo caso è direttamente il branco. Possiamo anche dire che nei primati è assolutamente sconosciuto il baratto. Ovvero il presunto istituto economico primordiale nella logica dei comportamenti della visione utilitaristica. I primati devono il loro successo a questo.
Se si presta attenzione a questa modalità di esprimere la socialità essa si rivela un passaggio gigantesco sul piano evolutivo prodromico allo sviluppo del pensiero astratto. Infatti un primate non investe il proprio tempo, le proprie energie per avere ora, in questo momento un ritorno gratificante. Costituito ad esempio dalla preda cacciata o dal frutto più succoso e maturo. Lo fa per avere in futuro – forse, se ne avrà la necessità – una “popolarità” sufficiente a mobilitare gli altri individui del branco a suo sostegno.
Se nei primati non si fosse sviluppata la reciprocità come strumento delle relazioni sociali – ovvero la capacità di agire sulla base di possibili vantaggi differiti nel tempo – bel difficilmente l’homo sapiens sapiens avrebbe potuto percepire la durata ed alla fine un compiuto pensiero astratto.
Gli uomini per quanto domesticati sino a trasformarsi in homini oeconomici non nascono per essere un fattore economico inseribile nelle formule dell’economia politica. E non nascono “tabule rase” per essere modellati come un blocco di creta dai rapporti di produzione. Queste sono due menzogne. Entrambe generate dalla negazione del ruolo fondamentale e fondante giocato dalla natura. Gli uomini nascono con un patrimonio ancestrale che ha fatto sì che nel bene e nel male fossero quello che sono. Un patrimonio che si esprime a cominciare dall’amore materno e si estende sino al rimpianto per chi non c’è più. Un patrimonio costituto da emozioni e sentimenti. Emozioni e sentimenti che possono essere taciuti, repressi, distorti, piegati, fraintesi, negati. Ma che comunque si manifestano. Pena la vera e propria lobotomizzazione dell’individuo. La riduzione dell’individuo ad androide. Rappresentazione perfetta dell’uomo ideale dell’economia politica e dell’operaio che sfilava il primo di maggio sulla piazza Rossa.
Emozioni e sentimenti che non rappresentano affatto il ciarpame sovrastrutturale del materialista storico. Ma che costituiscono la vera e propria struttura con cui si esprime anche nelle relazioni economiche la natura sociale ancestrale dell’umanità.
Senza indulgere ad alcuna forma di idealismo, dobbiamo dire che le apodittiche affermazioni che sottendono il materialismo storico risultano una semplificazione meccanicistica della realtà. Infatti sicuramente la vita non è determinata dalla coscienza ma ne è comunque influenzata. Mentre la coscienza pur se pesantemente influenzata dalla vita non è determinata da quella. Questo perché la coscienza non è mai solo un’espressione dell’essere consapevole.
Senza entrare nel mondo della psicoanalisi l’essere umano sogna. E la dimensione onirica per sua natura travalica il piano della consapevolezza. Detta in forma onirica dunque su un piano che va oltre la consapevolezza, irrazionalmente una quota di “coscienza” opaca alla ragione vigile. Il sacro, le cosmogonie delle antiche comunità di esseri umani non hanno tratto la loro origine dai rapporti di produzione. L’hanno tratta dal linguaggio simbolico dei sogni. Sarà lecito considerare – ma noi non lo crediamo – che la loro rappresentazione del mondo letta attraverso la lente onirica – non sia altro che il portato superstizioso dell’ignoranza. Ciò non di meno essa, prima che qualche “patriarca” e i suoi tirapiedi sacerdotali la utilizzino a loro vantaggio, costituisce la dimostrazione patente della preesistenza di una coscienza prima della manifestazione di qualunque rapporto di produzione.
Che sia borghese, proletario o sottoproletario l’uomo ama, odia, si innamora, soffre di gelosia. Si appassiona, invidia, nutre sentimenti di amicizia. Si commuove, piange, ride e così via. In un’elencazione infinita di sentimenti certo influenzati dai rapporti di produzione. Ma mai quanto lo sono dal sapere e dall’istruzione (non intesa in senso scolastico). Sentimenti che prescindono dai rapporti di produzione e se è per questo anche dalle relazioni di mercato. Sentimenti che di fatto sono esattamente il tessuto neurale che con la loro espressione manifesta consente la … manifestazione della natura sociale di qualunque comunità umana. Sentimenti che in larga misura è possibile registrare – magari in forma elementare o larvale – nei comportamenti e nelle motivazioni che caratterizzano qualunque branco di primati.
L’ignorare nelle relazioni sociali il peso dei sentimenti, peggio derubricarli ad espressioni piccolo borghesi significa non tenere in nessunissimo conto il suo essere parte ed espressione della natura. Fare cioè un’operazione niente affatto realistica. Sfociando in una sorta di materialismo idealista. Costituito dalla pretesa di costringere la realtà in un modello di pensiero che le è estraneo.
Severo Lutrario

