(C’era una volta l’anarchia
Prima della mela avvelenata
Adesso dorme inquieta
Nell’attea d’essere svegliata – ndt)
L’anarchismo, prima di essere una teoria politica, è una filosofia sociale molto antica. Si basa sull’idea che gli esseri umani non sono fatti per essere oppressi e dominati dagli altri e la loro esistenza collettiva si fonda su una disposizione al generoso aiuto reciproco.
Nelle attuali condizioni della vita collettiva globale, nessuna di queste due condizioni è soddisfatta. Quasi tutti gli abitanti del nostro pianeta vivono in condizioni di servitù aperta o mascherata e perseguono i propri interessi personali a scapito di altre persone. Come spiegare, allora, che movimenti di massa spontanei compaiano con frequenza e regolarità nelle moderne società disuguali, per rivendicare la completa uguaglianza e un’equa distribuzione delle risorse, in uno spirito di comunità e condivisione fraterna; e ciò al di fuori dei quadri imposti dallo Stato?
La Francia, in particolare, ha vissuto questo fenomeno negli ultimi anni: Gilet Gialli, ZAD di Notre-Dame des Landes, Indignados, Nuits Debout. Ma anche altrove, movimenti di questo tipo sono frequenti: Occupy Wall Street, Black Block, Zapatisti messicani, Rojava…. Tutti questi fenomeni, il cui elenco comprende, in realtà, un’immensa varietà di rivolte popolari, movimenti di protesta ed esperienze comunitarie nella storia degli ultimi due secoli e molto prima, sembrano eterogenei e diversi, ma tutti confluiscono nell’esigenza di una democrazia diretta instaurata fuori o contro i poteri dello Stato.
I teorici dell’anarchismo come Proudhon, Bakunin, Kropotkin, Makhno e, più vicino a noi, Chomsky, credono che l’anarchismo sia inerente alla “natura umana”. Emma Goldman scriveva: “Sono convinta che l’anarchismo sia troppo vitale e troppo vicino alla natura umana per morire”. (A Life Worth Living, 1934). I filosofi e le scienze sociali da mezzo secolo ignorano o rifiutano la nozione di “natura umana” che considerano falsa o irrilevante per la loro materia. L’antropologia sociale (anticamente chiamata etnologia), tuttavia, nei suoi sviluppi più recenti, combinata con altre discipline (evoluzionismo darwiniano supportato dalla genetica mendeliana, primatologia, etologia, paleoantropologia informata dalla genetica delle popolazioni, psicologia cognitiva, neuroscienze) conferma alcune delle convinzioni dei pensatori anarchici e, in particolare, che l’anarchismo e lo spirito libertario sono radicati nella natura umana.
Un breve avvertimento, innanzitutto, sulla controversa questione della “natura umana”.
Questa nozione non è – o non è più – una questione della filosofia, ma della scienza. Essa cerca di distinguere ciò che è genetico, epigenetico e/o culturale, ciò che è innato e/o ciò che è acquisito, ciò che proviene dalla filogenesi e/o dall’ontogenesi, ciò che appartiene all’ereditarietà e/o ciò che risulta da invenzione cosciente, nel contesto di quella che viene chiamata coevoluzione. Sia ben chiaro che siamo lontani dal sapere tutto al riguardo.
L’Homo sapiens è un mammifero che ha una storia biologica, i cui attuali rappresentanti ne sono il risultato. Questa storia è sepolta in un passato di diverse centinaia di migliaia o addirittura milioni di anni. In realtà, conosciamo solo una piccola parte di questa storia (meno di diecimila anni). Le nuove conoscenze acquisite nelle discipline appena citate, consentono però di cominciare a costruire ipotesi abbastanza solide su cosa fosse l’Homo sapiens prima di diventare, in tempi estremamente recenti, un essere urbano, gerarchico e soggetto alle leggi del mercato.
Per ricostruire parte di questa preistoria sociale, l’archeologia preistorica non dispone di prove dirette o indizi di forme di organizzazione collettiva, almeno fino al Neolitico. I dipinti di Lascaux o della grotta Chauvet non dicono nulla sulle società o sui gruppi che li hanno realizzati: erano organizzati in clan che si combattevano tra loro? erano patriarcali omatriarcali? praticavano la promiscuità sessuale o praticavano il matrimonio monogamo? avevano leader con poteri estesi o vivevano nel più rigido egualitarismo? alcuni rari segni, piuttosto tardivi, come tombe e resti funerari accompagnati da ornamenti, segnalano l’inizio della differenziazione sociale. L’evoluzione dell’utensileria litica permette di inferire una parallela evoluzione dell’apparato cognitivo. Vi sono ancora altri indizi, ma nulla di preciso sulla forma esatta delle organizzazioni che hanno costellato l’antica preistoria umana.
Sappiamo, però, grazie alla genetica, alcune cose importanti: l’Homo sapiens forma una sola specie la cui età può risalire fino a 300.000 anni, ha conosciuto, si è mescolato e potrebbe aver eliminato altre specie o sottospecie umane (Neanderthal, Homo di Denisova, Homo floresiensis). Passò dall’Africa all’Eurasia circa 70.000 anni fa e 30 o 40.000 anni dopo si era diffuso in tutti i continenti. Sappiamo anche che era un cacciatore, raccoglitore e saprofago; doveva spostarsi frequentemente e su lunghe distanze. Questo stile di vita è più o meno quello dei cacciatori-raccoglitori di oggi, almeno di alcuni di loro: una seconda possibile fonte di informazioni. L’etnologia dei moderni cacciatori-raccoglitori (quelli osservati nel XIX secolo e fino a oggi) fornisce dati che possono essere estrapolati con cautela. Possiamo, di conseguenza, dedurre che durante il Paleolitico l’uomo si muoveva in piccoli gruppi nomadi di tipo famigliare, tendenzialmente egualitari e nel complesso pacifici che sfruttavano vasti territori. Era un cacciatore impavido e ben organizzato, dotato di armi da lancio. È noto che possedeva il fuoco per cucinare, si accampava o risiedeva in luoghi protetti come le grotte o in ricoveri temporanei. Costruiva utensili, possedeva il linguaggio fonico doppiamente articolato e capacità di rappresentazione vicine o identiche alle nostre, nella dimensione estetica e simbolica.
Tutto questo, alla fine, fornisce solo un’immagine vaga della sua organizzazione sociale o, piuttosto, delle sue organizzazioni sociali – perché è probabile che abbia sperimentato molte forme di vita collettiva, scomparse senza lasciare traccia – e, soprattutto, non permette di capire come sono nate le nostre moderne organizzazioni sociali.
Ci siamo accontentati dell’ipotesi della “rivoluzione neolitica” che di fatto costituisce una rivoluzione tecnologica (‘invenzione dell’agricoltura, della zootecnia, della metallurgia, della ceramica) accompagnata o seguita dalla nascita di concentrazioni urbane e dalla crescita demografica, nonché da sistemi statali costituiti da regni e istituzioni religiose.
Questa sequenza che va dalle bande parentali ai regni e agli imperi, passando per tribù e capi, si ritrova indipendentemente sul vecchio e sul nuovo mondo. Riflette l’evoluzione umana nella sua fase finale, ma non spiega in alcun modo perché e come questa forma di organizzazione estremamente gerarchica, basata su una sfera mercantile, su ideologie di sottomissione (abramitiche per esempio), sulla guerra e la competizione, è apparsa e ha finito per dominare tutte le altre.
Due ipotesi sono logicamente possibili. Questa forma moderna di società gerarchica e ineguale era contenuta fin dall’inizio, in germe, nelle organizzazioni primitive. O forse si è verificato, a causa di circostanze particolari, un mutamento dalla forma egualitaria a una forma diseguale che, per la sua efficienza adattiva, ha preso il sopravvento e ha eliminato tutte le altre forme di organizzazione. In un modo o nell’altro, resta che il 95% e più dell’esistenza terrestre dell’Homo sapiens si è svolta sotto il regime di piccole bande multimaschili e multifemminili di dodici-cinquanta individui, di tipo familiare ed egualitarie, instabili, in un costante processo di fissione-fusione; in contatto le une con le altre, in cambiamento veloce di forma e composizione, senza potere centrale, senza organizzazione politica. Ciò che insegna l’osservazione dei cacciatori-raccoglitori (cacciatori a piedi, nomadi, senza eccedenze, con scorte limitate) è un certo numero di regole che definiscono un’etica minima, sistematicamente rispettate; in particolare, la regola della condivisione e del mutualismo, della solidarietà interna alla banda, della cura dei bambini prestata da tutto il gruppo, del consenso, dell’unanimità nelle decisioni, dell’assenza di qualsiasi forma di potere politico (i “leader” convincono ma non ordinano).
In una parola, se, allora, queste condizioni prevalevano, l’uomo ha vissuto uno stato di pura anarchia per gran parte della sua esistenza. Ha così acquisito e consolidato comportamenti di mutuo aiuto e di egualitarismo che definiscono la sua natura sociale. Le poche migliaia di anni durante i quali si è piegato sotto il giogo dei vincoli gerarchici ed è stato rinchiuso nella gabbia chiamata “civiltà”, forse l’ha trasformato, ma non ha potuto eliminare questa base di abitudini, di aspirazioni, di valori che gli hanno permesso di sopravvivere come specie vivente.
Ma come possiamo esserne sicuri? All’etnologia comparata si aggiunge ora una nuova fonte di conoscenza fornita dalla biologia e da due dei suoi rami, l’etologia e la primatologia. La biologia, innanzitutto, fornisce informazioni su alcuni vincoli specifici delle diverse specie. Ce ne sono almeno tre che riguardano direttamente la specie umana. Il primo è la socialità, il secondo la cooperazione, il terzo la neotenia e la “strategia K”. Gli esseri umani sono noti per essere socievoli – vivono in gruppi, collettivi, truppe, bande, tribù o altro – e non solitari. Questo è un dato prioritario. Collaborano, di conseguenza, in modo efficace. Anche la cooperazione esiste a tutti i livelli della vita, ma la specie umana coopera in un modo particolare. Gli esseri umani, infine, fanno pochi figli (generalmente uno alla volta) e lo sviluppo infantile è molto lungo. Il bambino umano raggiunge la maturità solo intorno ai quindici anni e il suo cervello a venti o più. Infine, a differenza degli insetti sociali, gli esseri umani sono molto autonomi. Il loro margine di scelta – soprattutto per quanto riguarda la cooperazione – è molto ampio. Su questa base si formarono gruppi umani tenendo conto di questi vincoli: era necessario cooperare con soggetti molto autonomi per proteggere, nutrire e crescere una prole estremamente fragile e dipendente per un lungo periodo di tempo. Dato che il soggetto è autonomo e deve cooperare se vuole riprodursi, la cooperazione deve essere voluta e può esserlo solo sulla base di un’equa distribuzione dei compiti e dei prodotti, del mutualismo (in altre parole l’azione altruistica dell’interesse personale). La preoccupazione di proteggere la propria famiglia è forse ancora la preoccupazione più frequentemente attestata negli adulti. Il gruppo familiare basato sul mutuo aiuto e sulla cooperazione era quindi il crogiolo dell’evoluzione sociale. Siamo, pertanto, rimasti molto cooperativi, molto altruisti (ma in modo illuminato e pragmatico) e molto profondamente pervasi del valore delle relazioni personali. Lo Stato moderno, rendendoci soggetti astratti, ha negato la nostra primitiva esistenza umana. Ma essa rimane persistente e si esprime in mille modi nel corso della storia antica e moderna.
Le varie manifestazioni dello spirito libertario nascono dalla nostra coscienza comune e universale, come il focolaio al centro della Terra che sgorga da tanti vulcani sulla superficie.
Possiamo, quindi, parlare di un grande movimento libertario e/o anarchico, senza confondere tutto con questo termine, perché è chiaro che nel corso della storia è apparsa un’altra corrente, quella dell’autoritarismo, del culto della forza, del potere assoluto, dello Stato, delle credenze in entità immaginarie onnipotenti (Nazione, Razza, Religione) e, di conseguenza, della guerra. Queste due correnti si scontrano sempre all’interno delle società moderne senza che sia possibile sapere quale prevarrà o se una sintesi sia davvero possibile. Dopo il fallimento degli esperimenti comunisti, di fronte al degrado morale e fisico inflitto dall’ordine statalista e capitalista, non resta che ritornare alle origini anarchiche della nostra vita collettiva, per trarre da essa le lezioni e le convinzioni di cui abbiamo bisogno per inventare un’altra forma di vita.
– Charles MacDonald
(sintesi da “Socialisme Libertaire”)
Nell’immagine: “Nel tempo dell’armonia: l’età dell’oro non è nel passato, è nel futuro” di Paul Signac (1893-95)

