“Dio ci ha dato il papato, ora iniziamo a godercelo”: così Giovanni de’ Medici si rivolse a suo cugino, il cardinale Giuliano (futuro Clemente VII), quando seppe di esser stato eletto, successore di Giulio II, al soglio pontificio
Nato a Firenze l’11 dicembre 1475, secondogenito di Lorenzo il Magnifico e di Clarice Orsini, Giovanni venne avviato alla carriera ecclesiastica sin da bambino, divenendo elemento organico del progetto paterno di ristabilire l’antica intesa tra papato e famiglia Medici. Il Magnifico intendeva, con un’accorta politica di distensione, chiudere una volta per tutte la lunghissima stagione di conflitti con la Santa Sede, culminata anni prima col sostegno dato alla congiura dei Pazzi da papa Sisto IV, nella quale i Medici avevano rischiato, a causa della collisione con gli interessi temporali della Sede apostolica, di perdere il potere politico. La carriera ecclesiastica di Giovanni fu, pertanto, folgorante: nel 1483, a otto anni non ancora compiuti, venne investito degli ordini sacri e della dignità di protonotario (ricevette, insomma, i voti sacerdotali). Nel 1489, a tredici, divenne cardinale per mano di papa Innocenzo VIII (al secolo Giovan Battista Cibo), il quale lo presentò alla Curia Romana come sedicenne, onde evitare lo scandalo derivante dalla giovanissima età del beneficiario dell’ambito privilegio. Per sfuggire alle sicure controversie, Innocenzo VIII dispose che Giovanni mantenesse segreta per tre anni – fino al compimento del sedicesimo anno- la promozione ricevuta. Epperò, negli intenti nepotistici di Innocenzo VIII, la precoce nomina al cardinalato di Giovanni si motivava con l’intenzione di salvaguardare gli ormai comuni destini familiari dei Cibo e dei Medici, visto che di recente si era celebrato il matrimonio tra Maddalena, figlia del Magnifico, e Franceschetto Cibo, figlio dello stesso papa Innocenzo. L’11 marzo 1513, dopo il brevissimo conclave seguito alla morte di papa Giulio II (Giuliano Della Rovere), l’inarrestabile ascesa di Giovanni trovò il suo definitivo compimento: a trentasette anni, “contro ogni credere del mondo” – ricorda il Cellini nella sua autobiografia – Giovanni venne eletto al soglio pontificio col nome di Leone X. “Dio ci ha dato il papato, ora iniziamo a godercelo, caro cugino”: pare che fu questa la frase con cui Giovanni si rivolse al cugino Giuliano (futuro Clemente VII) prefigurando già, forse, la traiettoria di un pontificato che, pur conseguendo immediati successi sul piano politico-diplomatico (come la formale chiusura dello scisma gallicano), fu segnato da un pesante alone di venalità, di nepotismi, alimentato anche dalla sfacciata tolleranza con cui Leone gestì i continui scandali in cui erano coinvolti prelati e cortigiani, fino all’osceno traffico delle indulgenze che nel 1517 portò Lutero ad avviare in Germania la Riforma protestante. Tardiva, peraltro, fu la reazione di Leone X alla lotta ingaggiata da Lutero: da un lato il papa sottovalutò la questione considerandola una semplice “bega tra frati”, dall’altra temporeggiò anche per motivi politici. Troppo urgente era in lui la necessità di tutelare la libertas della Sede Apostolica, messa a repentaglio dall’elezione al trono imperiale di Carlo V, suggerendo quindi l’opportunità di lasciare a Federico il Saggio di Sassonia la facoltà di proteggere il monaco eretico. Fatto sta che solo nel 1521 Leone emanò contro Lutero la bolla di scomunica Decet Romanum Pontificem (dopo che l’anno precedente, con la bolla Exsurge Domini, aveva provato, invano, a fargli ritrattare le tesi contestate).
Ma l’entusiasmo e l’assertività di cui talvolta Leone difettò in questioni ecclesiastiche o politiche, egli li dedicò sempre a piaceri e svaghi: grandiose feste condite spesso da viziosi intrattenimenti, baccanali, battute di caccia, licenziose rappresentazioni teatrali. I numerosi piaceri che nella vita cardinalizia Giovanni era uso concedersi tra le mura della residenza romana di famiglia, Palazzo Madama, non lo abbandonarono nemmeno quando ebbe indossato la tiara. A quanto risulta da più fonti, sembra che Leone, ben più dei noiosi concistori e delle quotidiane incombenze della Santa Sede, apprezzasse particolarmente la compagnia di giovani uomini, non solo per l’espletamento di doveri pastorali. Frequenti, a dire dei cronisti contemporanei, le visite del papa ai bordelli maschili della città, dove pare che egli amasse recarsi vestito da donna. Francesco Guicciardini, che inizialmente lo aveva elogiato poiché era stato l’unico papa degli ultimi decenni a non presentarsi in Vaticano con una schiera di amanti e concubine, dovette ben presto ricredersi, e lo fece con parole che alludevano chiaramente all’omosessualità di Leone: “Si scoperse poi che era dedito eccessivamente, e ogni dì più senza vergogna, in quegli piaceri che con onestà non si possono nominare”. Il Vescovo Biovio, invece contemporaneo di Giovanni e, secondo alcuni maldicenti del tempo, suo compagno di baldoria, scrisse: “Non fu esente da malattie sessuali […] poiché nutriva un amore sfrenato verso alcuni dei suoi camerlenghi […]”. Raccontano alcuni cronisti che Leone trascorse la prima notte di pontificato in compagnia di un cardinale senese, Alfonso Petrucci, che era stato tra gli artefici della sua elezione. Nel 1517, però, il volgere repentino e spesso inatteso delle umane circostanze vedrà il Petrucci tra i protagonisti di una clamorosa congiura finalizzata all’omicidio dello stesso Leone X. Da un punto di vista politico, la motivazione della congiura del Petrucci andrebbe rintracciata nella slavina d’avvenimenti che s’allacciano alla complessa e dispendiosa campagna militare intrapresa tra il 1516 e il 1517 per il controllo di Urbino, specificamente per restituire il controllo del Ducato a Lorenzo de’ Medici, nipote di Leone X. Nel 1516 le forze papali avevano defenestrato dal governo di Siena Borghese Petrucci, fratello di Alfonso, sostenendo le ambizioni di un cugino di Alfonso e di Borghese, Raffaele Petrucci, il quale assunse, con la benedizione dei Medici, il comando della città. E tuttavia, secondo interpretazioni più maliziose, il Petrucci agì poiché annebbiato dalla rabbia e dalla gelosia per esser stato, infine, escluso dal talamo papale, per giunta rimpiazzato da un amante più giovane e prestante. Non è questa, sfortunatamente, la sede in cui argomentare l’ispirazione filospagnola del complotto, né per dare motivazioni atte a spiegare come l’insoddisfazione dei partecipanti alla fronda anti-papale fosse stata di fatto alimentata dallo strapotere che Leone aveva progressivamente accordato a suo cugino, il già menzionato Giuliano. Tornando ad Alfonso: dopo aver deciso, in un primo momento, di uccidere il papa di propria mano durante una seduta del Concistoro, o nel corso una battuta di caccia, il cardinale senese ripiegò poi su un più “sobrio” veleno, e, per attuare il suo disegno omicida riuscì a corrompere il medico fiorentino Battista Vercelli, il quale si recava periodicamente a Roma per curare le fistole anali che affliggevano Leone X. Il piano del Petrucci prevedeva che il Vercelli iniettasse un potente veleno nelle piaghe aperte del papa. Il tentativo però fallì, grazie all’intercettazione, da parte dei servizi segreti vaticani, del carteggio intercorso tra i due congiurati, i quali, dopo essere stati catturati, finiranno entrambi giustiziati (il Petrucci verrà arrestato dopo un’effimera fuga a Genazzano, roccaforte dei ghibellini Colonna, acerrimi nemici di Leone X). Il saggista e docente Eric Frattini, autore dell’imperdibile “I papi e il sesso” (ed. Ponte alle Grazie, 2010), cita diversi testimoni che riferiscono come Leone X riuscisse a sopportare l’andatura a cavallo solo se appoggiato di lato, proprio a causa di quelle terribili ulcere anali che, secondo le solite – di certo maligne – interpretazioni, andavano peggiorando a causa dei numerosi incontri amorosi che lo vedevano protagonista. Scrive Frattini che, per via dello scomodo impedimento, fu necessario portare Leone in lettiga anche alla cerimonia che il 21 marzo 1513 lo incoronò come successore di Pietro. Leone X ebbe poi fama di scialacquatore indefesso dei denari vaticani, ed è fuor di dubbio che sotto il suo pontificato le finanze dello Stato della Chiesa abbiano subito un brusco tracollo. Se innegabile fu la liberalità mecenatesca che egli, ponendosi sulla scia del predecessore Giulio II, non mancò d’esercitare – come numerosi furono, d’altra parte, gli interventi architettonico-urbanistici di cui si fece promotore in Roma – un peso rilevante nel tracollo finanziario vaticano lo ebbe la necessità di soddisfare le insaziabili voglie mondane, sue e dell’intera Curia. Intorno alla corte di Leone ruotava costantemente uno stuolo di musici, giullari, improvvisatori, attori, a beneficio dei quali il papa dilapidava enormi ricchezze, distinguendosi peraltro per la generosità con cui remunerava opere e/o componimenti a lui graditi (generosità ritenuta sbalorditiva da chi frequentava l’ambiente curiale). Per tacere, infine, della diffusa corruzione dei suoi funzionari. In un periodo in cui la voragine finanziaria era aggravata dai sontuosi lavori di ricostruzione della nuova Basilica di San Pietro, per rimediare alla mancanza di quattrini – si calcola che solo la guerra di Urbino costò al Vaticano non meno di 800.000 ducati –Leone decise di far trasferire le circa settemila prostitute che allietavano il passaggio nell’Urbe di prelati, mercanti, mercenari o uomini del popolo, in un quartiere controllato dalle truppe papali. Ognuna delle donne fu costretta a versare, a fine giornata, una parte rilevante dei propri guadagni – circa il 40% – nelle casse della Chiesa.
Leone X fu soprattutto l’organizzatore solerte di feste grandiose, poco o per nulla votate a preghiera e carità. Rimasero irraggiungibili, per sfarzo e dimensioni, i carnevali romani allestiti negli anni del suo pontificato. Un ambasciatore che aveva partecipato a una delle feste organizzate dal papa raccontò di un interminabile banchetto di sessante e più portate, in cui i commensali avevano assaporato prelibatezze quali lingue di pappagallo, cervelli di scimmia, pesci vivi, carni di cervo e quaglia, condite da esotiche salse e innaffiate da vini pregiati. Non rari erano balli in costume, ai quali i cardinali non disdegnavano di presenziare, e dove, scrive Frattini, “giovani uomini e donne si presentavano con il volto coperto e il corpo nudo”. Il papa possedeva poi un fornito e prezioso archivio, in cui raccoglieva materiale sulle predilezioni mondane dei cardinali, la cui conoscenza, laddove le circostanze lo avessero richiesto, non avrebbe certo nociuto. Fu proprio durante una di queste feste, continua Frattini, organizzata dal nobile Lorenzo Strozzi nel pantheon di famiglia, “che per dessert fu offerta una delle prostitute più belle della città. La donna, completamente nuda e con il corpo cosparso di burro, fece la sua comparsa su un vassoio d’argento portato da sei giovani. Fu organizzato un gioco: chi fosse riuscito a catturarla, avrebbe trascorso la notte con lei”. Per la cronaca, il vincitore risultò essere il cardinale Cibo, nipote di quell’Innocenzo VIII che, anni addietro, aveva fatto cardinale Giovanni. Si accennava al mecenatismo e amore dell’arte di Leone: egli amava a dismisura rappresentazioni teatrali che viravano spesso più sull’indecenza che sulla commedia; tra gli autori prediletti vi era il cardinale Dovizi da Bibbiena, il quale nei primissimi anni di pontificato fu consigliere plenipotenziario di Leone (definito da un’accorta storiografia come alter-ego di Giovanni, tanto era marcata la preponderanza che egli esercitava nel giglio magico del pontefice mediceo, specie nel determinarne l’iniziale traiettoria anti-francese, poi accantonata). Una delle opere dedicate dal Bibbiena a papa Leone X si intitolava La vergine e gli otto eremiti: sopra un palcoscenico montato all’interno degli appartamenti papali, la “vergine” si concedeva a questi otto uomini, che poi, a sanguinario e ben poco romantico compimento degli amplessi appena svolti, si uccidevano l’un l’altro. Il Bibbiena era un grande amico del Divino Raffaello, al quale commissionò la decorazione dei propri appartamenti in Vaticano: una delle stanze più belle, detta “Il gabinetto del cardinale”, raffigurava Venere in rapporti erotici con altre divinità, le quali si dilettavano a loro volta in voluttuosi giochi con dei piccoli animali. Il poeta Pietro Aretino scrisse, su mandato di Leone X, i Sonetti erotici, ai quali erano accompagnati i disegni di sedici posizioni erotiche eseguiti dal pittore Giulio Romano. Leone X – evidentemente non spaventato da teorie gender ante-litteram – suggerì all’Aretino di scriverne un’altra versione, stavolta però illustrando le posizioni possibili tra soli uomini. A Leone X si deve poi la più grande vendita di indulgenze della storia della Chiesa. Imperdibile, al riguardo, la lettura delle Taxae Camarae, documento da lui promulgato nel 1517, contenente le 35 tariffe da pagare in cambio dell’indulgenza, cioè l’assoluzione da tutte le colpe. A chiunque fosse in grado di pagare, il papa garantiva l’assoluzione da assassinii, furti, stupri di bambini e di donne, amplessi con umani o animali. Gli eccessi del suo papato – del resto pienamente in linea con lo stile dei suoi predecessori, dal Borgia a Della Rovere – portarono Lutero, lo abbiamo già detto, ad affiggere le celebri 95 tesi sul portone della chiesa di Wittenberg, atto di nascita dello scisma protestante. Una piccola curiosità: durante il suo pontificato, durato fino al giorno della sua morte (che avverrà il 1° dicembre 1521, quando la stanchezza e, soprattutto, la sifilide, lo piegheranno definitivamente) egli nominò 31 nuovi cardinali; a lui si attribuisce la frase “abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno”. Già, che fossero trenta o trentuno, erano pur sempre protetti dallo Spirito Santo.
Sebastiano Palamara

