Quando, nel 1974, apparve nel nostro bel paese, con il titolo “La Convivialità”, la traduzione dell’opera più significativa di Ivan Illich, fu subito un fuoco incrociato, da destra e da sinistra, contro le tesi ereticali dello spretato di Cuernavaca. Sepolcri imbiancati, parrucconi e snervati cultori del buon senso comune senza ritegno diedero fuoco alle loro supponenti e sfiatate micce.
Di quali gravi colpe si sarebbe macchiato il povero Illich? Sintetizzando e schematizzando: ambiguità teorica del messaggio; pericolosità politica del medesimo; carenza di analisi, di progetti e di previsioni. In sostanza, il poveretto sarebbe stato null’altro che un nostalgico estimatore del medioevo, oltre che un sognatore passatista, sostenitore di una natura idealizzata, per definizione benefica, da contrapporre alla “civiltà” per definizione malefica.
Niente di più falso.
Per portare in evidenza la malafede che sostanzia tali idiozie non ci vuole un grande sforzo. Basterà dare la parola allo stesso Illich. Oggi possiamo comprendere la natura in maniera nuova, scrive. Si badi bene, nuova dice, e dice oggi… cioè non si tratta di natura pensata in termini astorici, metatemporali, bensì contestualizzata e parametrata alle acquisizioni culturali e scientifiche della contemporaneità. Ma, diversamente dai suoi frettolosi e sclerotizzati detrattori, egli non commette il tragico errore di confondere le grandi potenzialità del progresso scientifico con il trionfo di megastrumenti programmati e manipolati, sottratti al controllo dell’operatore, e soprattutto all’iniziativa umana autonoma e creatrice. Il vero obiettivo della sua appassionata disamina è il modo di produzione industriale imposto dal capitalismo trionfante, che egli definisce una vera e propria danza della morte, un diabolico circolo vizioso che produce domanda e genera carenza. Da qui, pertanto, non l’attacco alla cosiddetta civiltà in nome della natura, ma molto più concretamente l’attacco al quadro di istituzioni che governa l’applicazione alla tecnica dei risultati ottenuti dalla scienza. E precisamente quel quadro che va rovesciato, per consentire il manifestarsi delle condizioni di liberazione delle potenzialità positive della scienza e della tecnica.
Altro che ambiguità teorica e pericolosità politica del messaggio! Lecito è il dubbio che sia proprio questa inequivocabile, netta precisione con cui è indicato l’obiettivo politico del programma illichiano a provocare il dissenso, a spaventare, anche a sinistra, chi è abituato a compensare la propria rinuncia alla speranza rivoluzionaria con il dogmatismo gratificante ed ottuso o con l’ideologismo bolso e pago di sé.
Illich, in vero, dichiara di non proporsi un’utopia normativa, né un trattato di strategia o di tattica politica (ma) i presupposti formali di una procedura che permetta a qualunque collettività di scegliersi continuamente la propria utopia realizzabile. Lo scopo è quello di definire gli indicatori che segnalino ogni qual volta lo strumento manipola l’uomo, per poter bandire le attrezzature e le istituzioni che distruggono il modo di vivere conviviale. Il che non è impresa di poco conto, perché a ben guardare implica un vero e proprio aggiornamento teorico-pragmatico dell’obiettivo – imperativo del mutamento del mondo.
Occorre trasformare il mondo, dunque. Ma chi può /deve essere per Illich il soggetto trasformatore? Quale il fine, quali gli strumenti efficaci e funzionali allo scopo?
La novità del discorso di Illich consiste principalmente nell’avere individuato il ruolo fondamentale dello strumento nel rapporto che stabilisce con l’uomo. Il fine è la costruzione di una Società Conviviale, cioè di una società che dia all’uomo la possibilità di esercitare l’azione più autonoma e creativa con l’ausilio di strumenti meno controllabili da altri… una società in cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività, e non riservato a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo.
Conviviale è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni.
È evidente che lo strumento industriale si colloca al polo opposto di questa UTOPIA, perché tende inesorabilmente a superare le soglie di nocività (si badi bene: non solo ecologica, ma anche sociale, psicologica, politica); è uno strumento pervertito che, rompendo l’equilibrio tra mezzi e fini lo strumento asservisce il fine che dovrebbe servire), genera degradazione della natura, distruzione dei legami sociali, disintegrazione dell’uomo ed è uno strumento spesso strutturalmente funzionale ai rapporti sociali di sfruttamento e di dominio.
La maggior parte degli strumenti che mi circondano oggi non può essere utilizzata in modo conviviale: sono strumenti ragionati nelle mani di altri, e ancora più spesso strumenti ragionati sfuggiti dalle mani di tutti e che esercitano selvaggiamente le funzioni intrinseche alla propria struttura.
All’opposto, lo strumento CONVIVIALE è quello che può essere usato da ognuno senza difficoltà, quando e quanto lo desideri, per scopi determinati da lui stesso; (che può essere usato senza ledere) l’altrui libertà di fare altrettanto; (che è) conduttore di senso, traduttore di intenzionalità.
Il soggetto rivoluzionario, pertanto, non può essere né lo Stato, né il Partito, né la Classe, ma il lavoratore, il cittadino, il consumatore-utente che si ribella al suo ruolo, alla sua condizione di asservito-dominato dalle Classi Dominanti, dal Potere Politico ed Economico, ma anche dalla struttura perversa dello strumento industriale che lo plasma e ne informa la rappresentazione che egli ha di sé stesso, per tendere ad una SOCIETÀ CONVIVIALE, ad una società basata sullo STRUMENTO CONVIVIALE: quello che mi lascia il più ampio spazio e il maggior potere di modificare il mondo secondo le mie intenzioni. Solo lo strumento conviviale garantisce la continuità e la permanenza della Rivoluzione. Infatti, per Illich, il rovesciamento, per essere effettivo, dovrà essere radicale: abolizione del Profitto, superamento della Subalternità politica e sociale non avranno alcun senso reale se non passeranno attraverso un ribaltamento della struttura profonda che regola il rapporto tra l’uomo e lo strumento, attraverso l’acquisizione della facoltà e del diritto di servirci degli strumenti che sappiamo costruire. Non ha dubbi a questo proposito.
Lo stesso ideale proposto dalla tradizione socialista della soppressione della proprietà privata dei mezzi di produzione non si tradurrà nella realtà se non si invertono le istituzioni regnanti e non si sostituisce l’attrezzatura industriale con strumenti conviviali.
Per farla breve, quale dovrebbe essere la sostanza di questa società alternativa che Illich chiama Società dell’Uomo Austeramente Anarchico? Sostanzialmente, una società che realizzi strumenti rispondenti a tre ordini di esigenze: 1) generare efficienza senza degradare l’autonomia personale; 2) non imporre la dicotomia schiavi-padroni; 3) estendere il raggio d’azione personale.
Una proposta neo-luddista? Un regresso a Rousseau? Niente di tutto questo. Invertire la logica delle istituzioni in senso conviviale non significa annientare la scienza e la tecnologia moderne. Significa, al contrario, condurle nell’ambito del rispetto delle soglie di nocività naturali, sociali e psicologiche, mai come oggi così seriamente compromesse (e si veda qui la consonanza con André Gorz). Significa ricollegare l’uomo alla natura, riscoprire il valore delle relazioni interpersonali, donare al lavoro senso e gioia creativi, realizzare un lavoro che restituisca alla gente la sua attitudine naturale a investire il proprio tempo personale nella creazione di valori d’uso, anziché obbligata ad un lavoro salariato.
Alfonso Cardamone

