Non sono un filosofo e nemmeno uno studioso di filosofia, per questo posso affermare come “La critica della ragion pratica” di Immanuel Kant mi basti così com’è.
Non mi interessa quel che ha detto Georg Wilhelm Friedrich Hegel e tanto meno gli hegeliani di destra e di sinistra, Karl Marx o l’intera pletora di idealisti.
L’uomo più abitudinario e puntale che la storia dell’umanità ricordi, l’uomo che è sempre vissuto nella sua Königsberg prussiana (oggi Kaliningrad, in Russia), con l’epitaffio scolpito sulla propria tomba e tratto da quell’opera scritta alla fine del diciottesimo secolo, ha condensato in una frase il senso vero della libertà e la dignità sublime della vita.
“Il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me”.
Dunque mi ritengo, non un neo-kantiano, ma un kantiano toucourt, per quanto naturalmente eretico. (L’ortodossia non mi appartiene e mai mi è appartenuta).
Non c’è nulla – e tento meno nessuno – che debba considerare a me sovraordinato.
Ma allo stesso tempo è in me quella legge morale che mi pone dinanzi cosa sia giusto e cosa non lo sia, lasciandomi la possibilità di agire in modo conforme ad essa o meno.
Una legge morale generata dalla “ragion pura” e dunque che prescinde dall’esperienza. Quindi che prescinde dai fenomeni e dalle relazioni, dalla cultura, dagli usi, dai costumi, come da codici e da leggi.
Una legge morale che potremmo considerare innata, inscritta nel dna dell’individuo.
Kant non poteva saperlo e del resto non avrebbe “profanato” la dimensione filosofica del proprio pensare con queste considerazioni “fenomenologiche”, ma se dovessimo leggere la manifestazione della legge morale alla luce dell’evoluzione delle specie (perché tutti i viventi hanno comportamenti morali!) e nello specifico nell’evoluzione delle specie sociali, con particolare attenzione a quelle più prossime all’uomo, i primati, verificheremmo come i comportamenti morali siano quelli determinanti il successo evolutivo della specie e dunque premiali, a prescindere dal costo e dalla sofferenza che la loro adozione comporta per l’individuo che li pone in essere.
La moralità non ha nulla a che spartire con il moralismo.
La moralità è un fatto intimo. È il sentimento più intimo che esista.
È il giudice che inesorabile ci osserva ogni mattina con gli occhi dello specchio e ci chiede se abbiamo agito secondo giustizia o se abbiamo agito – o non agito – per convenienza, paura o ignavia.
Se abbiamo agito schiavi del desiderio, del bisogno, della paura, della lussuria, delle convenzioni, del pensiero comune o se, liberi da ogni condizionamento, abbiamo fatto ciò che era giusto fare.
Il moralismo è al contrario il conformismo, è l’imposizione del frutto malato e corrotto dell’esperienza di qualcuno come legge cui l’individuo ha da “conformarsi” a prescindere dal proprio intimo sentire.
In fin dei conti il moralismo è come la legalità o come credere in dio.
Qualunque codice legislativo – come del resto qualunque credo religioso – non può prescindere totalmente dalla legge morale, ovvero da ciò che ciascuno reputa intimamente giusto.
Se non fosse così, se le leggi sancissero solo la vera ragione per la quale vengono promulgate – e cioè la tutale del potere e di chi lo detiene – nessun individuo, oltre che subirle, potrebbe essere indotto a ritenerle accettabili.
Il non uccidere, il non procurare nocumento e così via, non hanno alcun bisogno di un codice, di una legge per essere percepiti come imperativi categorici.
Come non hanno bisogno della minaccia di una punizione ultraterrena o di premio ultramondano.
Anzi, qualunque codice legislativo, qualunque credo trascendente, rappresenta una corruzione del sentimento morale di un individuo.
Non uccidere, non provocare nocumento ad alcuno e così via, questi imperativi categorici della legge morale vengono corrotti dalla legalità e dalla religione.
Vengono corrotti perché non uccidere o provocare nocumento e così via, in luogo dall’essere l’espressione dell’esercizio della piena libertà dell’individuo, divengono un comportamento funzionale ad evitare una punizione, terrena o divina non importa.
Il comportarsi “bene” diviene propedeutico alla conquista di un premio, ovvero sposta l’agire dal perseguimento della giustizia alla conquista di un premio.
Rispettare le leggi o i comandamenti che si assonano alla legge morale per evitare di subire un danno o per ottenere un beneficio, come scrive Immanuel Kant, sarà evidentemente un comportamento “legale”, ma non è un comportamento “morale”.
In sostanza un individuo per essere morale ha necessariamente da essere anarchico, ovvero incontaminato dal moralismo, dalla legalità e da qualunque speranza trascendentale.
Un individuo è morale quando dà compimento a quello che sente giusto, senza lasciare che la propria personale aspettativa di felicità lo condizioni al pari delle punizioni o dei premi che lo attendono.
Poi c’è l’idea della giustizia sociale, del potere come cancro delle relazioni umane a partire dal patriarcato, sino al cosiddetto stato di diritto.
Poi c’è la rivolta contro l’idolatria, sia verso un dio sempre e rigorosamente maschio, sia contro la divina immoralità del profitto.
Ma prima di tutto c’è la ferrea volontà di essere finalmente libero, orgoglioso di perseguire la propria moralità.
Ho buttato giù queste considerazioni per rivendicare la moralità dell’anarchia contro la volgarità beghina di tutti coloro che ne profanano la sacralità, diffamandola come caos o come “si fa quel che cazzo ci pare” proprio del liberismo spinto sino alle estreme conseguenze.
Ma anche di chi riduce l’essere anarchico solo ad un comprensibile spasmo di rivolta e di vendetta contro le mille ingiustizie quotidiane.

