Some day we’ll take the good things of the earth
That the parasites hoard and sell;
We’ll keep our products for ourselves,
And bosses can go to hell.
The earth is on the button that we Wobblies wear;
We’ll turn the sab cat loose or get our share!
Un giorno ci prenderemo le buone cose della terra
quelle che i parassiti accumulano e vendono;
terremo per noi quel che produciamo
E i capi se ne vadano all’inferno!
La terra è sul bottone che portiamo noi del sindacato
se quel che ci spetta non avremo il gatto del sabotaggio scateneremo!
Ralph Chaplin – The Harvest Song
“Pensa un po’, pensa un po’, avvitare due bulloni e il terzo no!”.
“Sabotar la produzione…non c’è altra soluzione!”
Canzoniere del Potere Operaio di Pisa
A Gatto Selvaggio è un blog a cura dei militanti dell’Unione Sindacale Italiana, organizzazione ricostituitasi nel dopoguerra sulle ceneri dello storico sindacato di ispirazione rivoluzionaria e libertaria fondato a Modena nel 1912 e messo fuori legge dai fascisti nel 1925. La sede nazionale dell’USI è a Milano, in via Ricciarelli 37, ma diverse federazioni locali sono oggi attive sul territorio nazionale, da Udine a Roma.
L’immagine del gatto nero “arrabbiato”, con la schiena arcuata e la coda dritta a spazzola, nasce in Nord America per mano dell’attivista sindacale e illustratore Ralph Chaplin, ed è in seguito ritoccata da Alexis Buss che ne accentua gli elementi ferini e selvaggi, divenendo presto icona dell’Industrial Workers of the Word (IWW), storico sindacato rivoluzionario nato a Chicago nel 1905. L’iconica posizione in cui il gatto è raffigurato, una posa difensiva che però è al contempo anche quella che precede l’attacco, rappresenta la necessità dell’azione diretta, collettiva e partecipata dei lavoratori, in contrapposizione tanto all’azione politica elettorale (secondo cui la partecipazione democratica si esaurirebbe in uno stantìo meccanismo di delega a rappresentanti istituzionali sempre più lontani dalle istanze delle classi lavoratrici), quanto all’azione delle avanguardie, orientate alla conquista del potere statale.
Se nei primi anni ’60 Gatto Selvaggio è stato il giornale degli operai Fiat di Torino, a cavallo tra anni ’60 e ’70 lo sciopero a gatto selvaggio ha rappresentato un’importante forma di lotta operaia. Infatti, nelle officine e nelle fabbriche di quegli anni si diffusero a macchia d’olio una serie di pratiche conflittuali che permisero agli operai di rafforzare enormemente il proprio potere contrattuale, forme di sabotaggio della produzione quali il salto della scocca e, appunto, gli scioperi a gatto selvaggio. Attraverso questa modalità di sciopero si interrompeva senza preavviso la lavorazione di piccole unità industriali, cagionando l’interruzione dell’intera linea produttiva. Queste azioni repentine, anche se svolte su scala ridotta, ottenevano l’obiettivo di paralizzare le linee produttive degli impianti industriali e, come ha scritto lo scrittore ed ex militante operaio Erri de Luca, esse “costavano poco agli operai, ma molto al padronato”.
Il gatto è da sempre simbolo di libertà, indipendenza, fierezza e accanita irriducibilità alle volontà di qualsivoglia padrone; il colore nero, poi, associato all’orgoglioso felino, lo ha reso bersaglio di secolari maldicenze, superstizioni, addirittura di identificazioni con il demonio (per un paio di secoli in Francia si edificavano nuove chiese sul cadavere di un gatto nero ucciso all’uopo, come a simboleggiare la vittoria del “bene” sul “male”). E allora, come scrive Ralph Chaplin nei versi della poesia – titolo – in esergo a queste righe, non ci dispiacerebbe che il gatto nero “arrabbiato” tornasse a rappresentare un presagio di sventura, sì, ma solo per i padroni e gli oppressori. Che tornasse, soprattutto, a rappresentare il sabotaggio, inteso non come distruzione materiale di macchinari e attrezzature, ma come modo di rallentamento della produzione, di disfunzione e stop all’interno del processo produttivo, nella più ampia proiezione di un progetto organizzato di lotta.
In una fase di arretramento senza precedenti del movimento operaio e dei movimenti sociali, A Gatto Selvaggio vuole indicare una postura, un’idea, una pratica per l’oggi. A Gatto Selvaggio vuole essere una tribuna che dia spazio a chi non si arrende, fornendo strumenti utili all’organizzazione, alla connessione e allo sviluppo delle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici. A questi contributi, anche esterni al perimetro dell’Unione Sindacale Italiana, A Gatto Selvaggio vuole dare spazio.
A Gatto Selvaggio vuole dare voce alla lotta di classe, a quella degli oppressi, perché chi comanda non ha mai smesso di aumentare ingiustizie per tanti e privilegi per pochi.
